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Le seconde prove scritte 2025

Esame conclusivo dei corsi di studio d’istruzione secondaria superiore 2025. Riflessioni estemporanee su aspetti della seconda prova scritta

Cicerone e l’amicizia vera al Classico, frasi mai dette da Cartesio e Platone allo Scientifico, e una riflessione sulla necessità di rigore e bellezza nel costruire le tracce d’esame. Con un plauso al Liceo Artistico e un auspicio per il latino scientifico

Marco Tullio Cicerone (106 – 43 a. C.)

Prova scritta di latino per i candidati del Liceo Classico:

il brano tratto dal De amicitia di Marco Tullio Cicerone conserva intatta la sua attualità ed è questo il fascino dei classici antichi. Chi coltiva ambizioni utilitaristiche può fingere amicizia, mentre l’amicizia vera è scevra da ogni simulazione. Anche fra gli animali subumani si può riscontrare talvolta una forma di amore che lega reciprocamente generanti e generati. Negli esseri umani è molto più evidente il legame che rende cari i genitori alla prole e cara la prole ai genitori, a meno che questa caritas non venga deturpata e profanata da qualche detestabile scelleratezza. Non solo: allorché al di fuori dell’ambito familiare riscontriamo in un estraneo come uno splendore di moralità e rettitudine, sorge in noi nei suoi confronti un forte impulso affettivo.

Questo è il messaggio pagano eticamente pregnante che tanto ha insegnato al cristianesimo. La speranza è che i candidati, oltre che impegnarsi nel tradurre, lo abbiano recepito e lo custodiscano come un prezioso insegnamento in questo mondo ancor oggi dominato dalla ricerca del proprio tornaconto e dalla disumanità dell’odio.

Personalmente mi sarebbe piaciuto offrire ai candidati una possibilità di scelta fra questo brano e un altro tratto dal De senectute dello stesso Cicerone, per consentire loro di riflettere sul decoro della vecchiaia in un’epoca in cui invece esercitano il potere e aspirano a decidere le sorti del mondo decrepiti governanti guerrafondai, certamente non ciceroniani, come Trump (classe 1946), Putin (classe 1952), Netanyahu (classe 1949), Khamenei (classe 1939).

Per ora lasciamo stare.  Aggiungo che, se fosse possibile offrire per il latino la scelta fra più testi, come si fa per l’italiano, sarebbe interessante introdurre, dato che il latino è stato a lungo la lingua della scienza prima di essere soppiantato dall’inglese, brani tratti, ad esempio, dal Sidereus nuncius di Galilei, dalle Meditationes di Cartesio, dalla Dissertatio de  arte combinatoria  di Leibniz, eccetera. Tuttavia, ciò richiederebbe un impegno collaborativo non lieve da parte dei docenti di materie umanistiche e dei docenti di materie scientifiche, per la qual cosa l’idea resterà irrealizzabile.

Per quanto riguarda la traccia di Matematica per il Liceo Scientifico, i due problemi proposti sono preceduti da citazioni.

Una è attribuita a Cartesio: “La ragione non è nulla senza l’immaginazione”. Un’altra è attribuita a Platone: “La bellezza è mescolare, in giuste proporzioni, il finito e l’infinito”. È stato osservato che si sarebbe inteso così presentare “commistioni tra cultura umanistica e logica matematica”.

Più che di commistioni, dovremmo parlare di suggestioni troppo stranianti. Quelle frasi non sono state mai scritte in quelle forme né da Cartesio né da Platone. Quindi siamo di fronte a quelle che a prima vista sembrano traduzioni brutte e infedeli di frasi estrapolate da contesti di non facile individuazione.

Omettere l’indicazione delle fonti non è una pratica accettabile. Tanto più che, a ben vedere, si tratta di frasi copiate da www.frasicelebri.it/ e wikiquote.org, ove le potrà rintracciare chi avrà la pazienza di cercarle nei lunghi elenchi di questi siti.

Ritorneremo più avanti sulla questione.

Frattanto ricordiamo altre suggestioni: un’opera futurista di Umberto Boccioni, un testo di Cicerone sulla divinatio profetica (la μαντική greca), una frase attribuita al matematico David Hilbert: “La matematica non conosce razze o confini geografici; per la matematica, il mondo culturale è una singola nazione”, tradotta dall’inglese: “Mathematics knows no races or geographic boundaries; for mathematics, the cultural world is one country.” Nemmeno di quest’ultima frase è citata la fonte. Da una ricerca sul web risulta che l’avrebbe attribuita a David Hilbert il matematico Howard Eves nell’opera Mathematical Circles Revisited.

Eccoci ora a Cartesio. Quella frase italiana sarebbe stata in francese “La raison n’est rien sans l’imagination” e in latino “Ratio est nihil sine imaginatione”. A prima vista sembra davvero strano che un razionalista come Cartesio abbia attribuito all’immaginazione la capacità di annichilire la ragione.

Per superare questa aporia, rifletteremo sui significati di imaginatio e intellectio come ricorrono nel sesto libro delle Meditationes cartesiane dedicato all’argomento De rerum materialium existentia et reali mentis a corpore distinctione.

Prima però ritorniamo un attimo al punto di partenza della filosofia cartesiana. L’intellectus (da intus e legere, ossia “leggere dentro”) intuisce, ossia coglie in maniera immediata, la verità iniziale, ossia il cogito, la res cogitans, l’io penso che è la sostanza pensante; di qui la ratio coglie in modo parimenti istantaneo, fulmineo, la certezza dell’esistenza reale di colui che pensa (cogito, ergo sum, ossia “penso, dunque sono”, perché, se non fossi, non potrei pensare). Questa verità elementare è ben nota a ogni studente che affronti Cartesio durante lo svolgimento del programma di filosofia.

Che ruolo ha l’immaginazione in tutto ciò? Nessuno.

Possiamo dunque rovesciare nella forma seguente quella frase fuorviante: “L’immaginazione non è nulla senza la ragione”. L’immaginazione si esercita sulla res extensa ed ha una funzione strumentale.

Nel trattare l’argomento della realtà delle cose materiali e della distinzione della mente dal corpo (res extensa) nel sesto libro delle Meditationes, Cartesio introduce una definizione della imaginatio o facultas imaginandi:

“[…] attentius consideranti quidnam sit imaginatio, nihil aliud esse apparet quam quaedam applicatio facultatis cognoscitivae ad corpus intime praesens, ac proinde existens.”

Vale a dire che la imaginatio consiste nell’applicazione della facoltà conoscitiva alla realtà corporea. Ciò stabilito, Cartesio, per spiegarlo meglio, introduce la differenza fra imaginatio e intellectio, ricorrendo ad esempi tratti dalla geometria:

“[…] primo examino differentiam quae est inter imaginationem et puram intellectionem. Nempe, exempli causa, cum triangulum imaginor, non tantum intelligo illud esse figuram tribus lineis comprehensam, sed simul etiam istas tres lineas tamquam praesentes acie mentis intueor, atque hoc est quod imaginari appello […] manifeste hic animadverto mihi peculiari quadam animi contentione opus esse ad imaginandum, qua non utor ad intelligendum: quae nova animi contentio differentiam inter imaginatione et intellectionem puram clare ostendit.”

La imaginatio deve essere intesa dunque non come fantasia, ma come facoltà di rappresentarsi immagini, in questo caso geometriche.

Infatti, nell’immaginare un triangolo, noi non soltanto comprendiamo con l’intelletto che è una figura racchiusa da tre linee, ma intuiamo anche e simultaneamente che queste tre linee sono come presenti nella mente: in questa intuizione consiste ciò che possiamo chiamare imaginare. Vale a dire che per imaginare c’è bisogno di una tensione dell’animo della quale non ci serviamo per intelligere: ed è in questa tensione che consiste la differenza fra imaginatio e intellectio. Però dalla imaginatio non si può desumere alcun argomento che conduca necessariamente alla conclusione dell’esistenza di un corpo (la res extensa):

“[…] quamvis accurate omnia investigem, nondum tamen video ex ea naturae corporeae idea distincta, quam in imaginatione mea invenio, ullum sumi posse argumentum, quod necessario concludat aliquod corpus existere.”

Illuminante è più avanti questo passaggio:

“Praeterea invenio in me facultates specialibus quibusdam modis cogitandi, puta facultates imaginandi et sentiendi, sine quibus totum me possum clare et distincte intelligere, sed non vice versa illas sine me, hoc est sine substantia intelligente cui insint […]”

Ritroviamo in noi delle facoltà di pensare in certi modi speciali, come, ad esempio, le facoltà di imaginare e sentire, senza le quali posso intelligere compiutamente me stesso in modo chiaro e distinto, mentre non è vero il contrario, cioè che le facoltà di imaginare e sentire possano fare a meno della sostanza dell’intelligere alla quale ineriscono.

Così dovrebbe essere divenuta chiara la fallacia della frase attribuita a Cartesio da ignoti, che l’hanno attinta senza verifica alcuna dal repertorio di frasi celebri in rete. C’è solo da sperare che i candidati al più presto la spostino nel cestino della memoria.

Anche la frase “La bellezza è mescolare, in giuste proporzioni, il finito e l’infinito” è stata proposta con eccessiva disinvoltura.

Così isolata, semplifica eccessivamente il pensiero di Platone, annientandone la complessità e la ricchezza. Nel dialogo platonico Filebo Socrate distingue inizialmente nella realtà tre generi: il primo è l’infinito in quanto indefinito, il secondo è ciò che ad esso si oppone ossia il finito, il terzo è generato dalla mescolanza o sintesi dell’uno e dell’altro:

“τὸ μὲν οὖν ἓν ὃ νῦν ἐλέγομεν ἀεὶ τὸ ἄπειρον ὀνομάζειν, τὸ δ’ ἐναντίον τούτῳ παντάπασι πεπερασμένον, τρίτον δὲ παρ’ ἀμφοῖν τούτοιν ἐκ μίξεως γεγενημένον.”

Ad essi bisogna aggiungere un quarto genere che è origine o causa del terzo:

“ἔτι δὲ τέταρτον ἐννοεῖν δεῖ τὸ τῆς ἐν τῷ τρίτῳ γενέσει αἴτιον.”

Questo quarto genere consiste nella νοῦς demiurgica, che assicura la bellezza del cosmo. Ed è alla luce di ciò che si comprende quale sia per il Socrate platonico l’origine della bellezza: l’intelligenza divina. Origine che non trova riscontro nella frase ministeriale.

C’ è da sperare che tracce proposte ad altri indirizzi di studio non diano adito a ulteriori rilievi.

Intanto è da menzionare il caso positivo dell’invito rivolto a  candidati del Liceo Artistico: produrre un prodotto audiovisivo da sessanta secondi traendo spunto dalla canzone “La cura” di Franco Battiato e da immagini di Picasso, Diego Rivera, Elliott Erwitt, Sandro Scalia. Ritornano qui in forma moderna nel segno dell’antropologia esistenziale di Ludwig Binswanger le tradizionali e tanto trasgredite tematiche del “trascendersi verso l’altro secondo le modalità dell’amicizia e dell’amore”.

La voce narrante promette infatti di proteggere l’altro, o l’altra, da paure, ingiustizie, inganni, fallimenti, dolori, ossessioni, manie, superando “le correnti gravitazionali, lo spazio e la luce”.  Così quell’essere speciale, a lui o a lei caro in un senso che si potrebbe dire ciceroniano, potrà restare giovane in eterno.

Autore

  • Biagio Scognamiglio

    Biagio Scognamiglio (Messina 1943). Servizio militare di leva obbligatorio prestato nel corpo dei Bersaglieri. Allievo di Salvatore Battaglia e Vittorio Russo. Già docente di Latino e Greco e Italiano e Latino nei Licei, ricevuto al Quirinale dal Presidente Sandro Pertini con i suoi alunni vincitori del primo premio nazionale per una ricerca su Virgilio, poi Dirigente Superiore per i Servizi Ispettivi del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca. Ha pubblicato fra l’altro L’Ispettore. Problemi di cambiamento e verifica dell’attività educativa.

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