Bocciati o ascoltati? Dal boicottaggio agli insulti, dai presidi divisi alle voci degli studenti: cosa rivela il caso degli orali rifiutati sullo stato della scuola e del giornalismo italiano.

Stress scolastico
Preambolo
In un mio precedente intervento ho interpellato l’Intelligenza Artificiale circa il clamore suscitato dal rifiuto di alcuni candidati di sostenere la prova orale all’esame di maturità. Poiché l’I. A. è programmata per non sbilanciarsi eccessivamente di fronte a certe richieste, le sue risposte non sono risultate del tutto adeguate a far luce sulla vicenda. Inoltre, l’I. A. non sempre dispone di tutto il materiale informativo occorrente per pronunciarsi con cognizione di causa su argomenti particolarmente scottanti, soprattutto quando gli accadimenti sono ancora in fieri. Pertanto, questo articolo prescinde del tutto dal suo uso.
Una terminologia inopportuna
In campo scolastico adulti investiti del compito di esaminare o del compito di governare usano disinvoltamente termini come boicottare e bocciare, boicottaggio e bocciatura. Gli usi linguistici hanno una funzione storicamente rivelatrice delle intenzioni psicologiche di chi ad essi ricorre. Vale quindi la pena di soffermarsi un attimo sulle etimologie.
Boicottare e boicottaggio fanno capo a Boycott, cognome dell’amministratore ottocentesco di un latifondo irlandese, contestato per i suoi metodi da lavoratori e cittadini e licenziato dal governo inglese. Nell’italiano corrente, spiega Domenico Proietti sul sito dell’Accademia della Crusca, i termini sono usati anche in senso estensivo “per indicare azioni di isolamento e quindi di riprovazione sulla spinta di motivazioni etiche o morali” ovvero “iniziative di reazione, rappresaglia, ecc. in cui il danno che si intende arrecare ha il fine di colpire, impedire o punire azioni o comportamenti ritenuti deleteri, inopportuni, ingiusti.”
Bocciare, da cui bocciatura, ci ricorda ancora l’Accademia della Crusca, deriva dal gioco delle bocce e significa “colpire la boccia avversaria”: di qui l’uso figurato di “respingere qualcuno agli esami”: c’è qualcuno, ad esempio professore o commissione, “che boccia, cioè respinge qualcun altro o qualche cosa, come la boccia che, colpendola, ne allontana un’altra”.
In occasione di episodi verificatisi durante lo svolgimento degli esami di maturità, riportati dalla stampa giornalistica con ampia risonanza, diversi adulti hanno avuto modo di usare boicottare, bocciare e loro derivati, per stigmatizzare i comportamenti di candidati alla maturità che si sono rifiutati per protesta di sostenere la prova orale. La protesta è stata presentata non come contestazione, ma come riprovevole boicottaggio. La trasgressione dell’obbligo di sostenere la prova orale in futuro è stata definita motivo di bocciatura, cosificando i candidati, visti come bocce da colpire.

Scena muta
Un cahier de doléances con l’attesa di un sorriso
Minore risonanza mediatica sembra avere avuto la lettera di una candidata che la prova orale l’ha sostenuta, ma si è rivolta poi alla presidente di commissione con una lettera di doglianze, per essere stata messa in difficoltà, a suo dire, con domande inopportune, mentre si sarebbe attesa, come studentessa, “solo un gesto di complicità, di approvazione, o un sorriso per sentirsi a proprio agio”.
La presidente di commissione ha replicato col dichiarare inaccettabile che “l’esaminatore diventi esaminato”, pur comprendendo lo “sfogo emotivo” di chi non pensa di dover affrontare “prove che non finiranno mai nella vita”. Coi tempi che corrono, però, l’esaminatore può diventare esaminato, magari nel campo dell’uso della lingua italiana. Se da una parte è ovviamente impossibile entrare nel merito della questione, dall’altra si può cogliere l’occasione per osservare che la candidata si sarebbe attesa almeno “un sorriso” e la presidente ha definito il disagio da lei manifestato un semplice “sfogo emotivo”.
Le pagelle degli adulti
Osserviamo ancora che il rifiuto dell’esaminatore di essere esaminato e l’ammonimento a rendersi conto delle difficoltà da affrontare nel corso della vita sono motivi ricorrenti nella visione del mondo manifestata dall’adultità. In realtà ognuno di noi è continuamente sottoposto ad esame, anche se non ne è consapevole o cerca di rimuovere questa consapevolezza o ne è consapevole ma se ne infischia di ciò che i giovani pensano di lui o di lei.
Si può vietare che gli studenti esprimano apertamente giudizi sui docenti, ma il divieto non impedisce loro di giudicarli in segreto. Queste pagelle nascoste, se potessimo conoscerle, rivelerebbero i voti a noi assegnati: forse allora ci renderemmo conto di non raggiungere la sufficienza e ci disporremmo a cercare di migliorare. Certi segnali, comunque, ci giungono pur sempre dal mistero degli animi: si tratta soltanto di prenderli sul serio.
Le cosiddette scene mute
Una risonanza maggiore hanno avuto le contestazioni di candidati che, dopo aver conseguito il punteggio utile per essere promossi grazie alla sommatoria dei punti assegnati per il curricolo e alle prove scritte, hanno espresso innanzi alle rispettive Commissioni la volontà di non sostenere la prova orale.
Non è affatto una novità: anche nella scorsa tornata di esami alcune studentesse espressero analoga protesta a causa di un voto negativo ricevuto in una prova scritta, vicenda priva dell’odierna risonanza e finita nel dimenticatoio, ma espressione di un disagio latente da qualche tempo nel mondo studentesco.
Tornando a quest’anno, sorvoliamo sul caso di uno studente che, provenendo da scuola privata, iscrittosi poi per l’ultimo anno a un istituto paritario, una volta sicuro della promozione, avendo conseguito il punteggio utile grazie agli scritti, si è rifiutato di sostenere gli orali: in considerazione del suo percorso scolastico non è il caso di esprimere su di lui un giudizio positivo. Diverso è il discorso per quanto concerne altri casi, che hanno destato un inusitato clamore.
Un giornalismo decadente e la mancanza di accertamenti in loco
In proposito, come ci ricorda Emilio Ambrisi, è importante tener presente che le circostanze sulle quali pronunciarsi sono desunte dai resoconti giornalistici, senza la possibilità di attingere a documenti e testimonianze ufficiali, mentre in altri tempi sarebbe stato possibile quanto necessario effettuare interventi ispettivi in loco, ascoltare gli attori delle vicende, compulsare verbalizzazioni, insomma esaminare gli accadimenti anche su un versante giuridico.
La scomparsa di un corpo ispettivo capace di raccordare base e vertice, in quanto normalmente operante sul territorio, è una delle carenze più gravi dell’attuale assetto dell’istruzione, orientato ad essere svincolato da ogni contesto realmente vissuto. Nonostante ciò, entro certi limiti è dato ribadire che la situazione scolastica in Italia non viene affrontata con unità di intenti. Siamo di fronte a una spaccatura fra chi intende l’educazione come pratica della libertà e chi al contrario rifiuta categoricamente che l’obbedienza non sia più una virtù.
Voler educare sculacciando
Torniamo a riflettere sulla circostanza che è stato possibile in alcuni casi conseguire il diploma senza aver sostenuto la prova orale tradizionale, perché il punteggio minimo per la promozione era stato già raggiunto grazie ai punteggi assegnati alle prove scritte. Finora i commenti negativi sui comportamenti dei candidati protestatari sono stati per lo più tanto astiosi e improntati a cattiveria quanto caratterizzati da ignoranza pedagogica, mediocrità intellettuale e vanagloria (dispiace particolarmente che siano provenuti in gran parte anche dal mondo femminile).
A dispetto di una pedagogia autentica di nobile ascendenza storica e avvalorata da studiosi di spicco internazionale, ci troviamo di fronte a un encomio della sottomissione. In un paese che si trova in allarmante ritardo rispetto alle più aggiornate conquiste pedagogiche si ritiene che la repressione del dissenso abbia un valore formativo, come se si potesse educare autenticamente a forza di sculacciate.
La mancanza di dialogo
Dopo che il Ministro dell’Istruzione e del Merito ha annunciato che sarà reso obbligatorio sostenere la prova orale, lo studente e la studentessa che sono balzati per primi agli onori della cronaca, essendosi rifiutati di rispondere alle domande d’esame per protesta, hanno espresso rammarico per la ribadita mancanza di dialogo su un argomento fondamentale, concernente il clima competitivo e la mancata empatia all’interno della scuola. Giunge notizia che uno studente si è rivolto al Ministro dell’Istruzione e del Merito protestando contro “un sistema scolastico alienante e cieco” con la richiesta di ottenere che il punteggio gli sia decurtato fino al minimo di sessanta centesimi.
L’accusa alla scuola è grave e va presa sul serio: l’alienazione è un attentato all’identità e la cecità è la mancata attenzione ai segnali provenienti dal mondo interiore dei giovani in formazione, allorché dichiarano di avvertire nell’atmosfera scolastica qualcosa di disumanizzante.
Partono i commenti degli adulti
Il 12 luglio 2025 il quotidiano La Stampa dedica una pagina alla “disfida della maturità” con gli interventi di Viola Ardone (Occhiello: Se non ci parlano sono assenti, se sono critici li puniamo – Titolo: La scuola è competitiva. Dai ragazzi gesto legittimo. Un errore censurarli) e Nicoletta Verna (Occhiello: Devono accettare il nostro essere fallibili, l’istruzione una conquista sacra – Titolo: Non presentarsi all’esame è un segno di spregio. Sbagliato svilire la scuola). Viola Ardone fra l’altro auspica che gli studenti, piuttosto che protestare individualmente, si dispongano a “creare un movimento più ampio”. Nicoletta Verna nel suo articolo, che appare privo di ogni logica, sostiene improbabilmente che i protestatari contro la competizione si siano espressi “attraverso il più competitivo dei gesti, ovvero la scelta imperativa” e scrive assurdamente a proposito del voto:
“La via per dichiarare che un voto non dice nulla di noi è, semplicemente, accettarlo.”
Dopo aver citato a sproposito la psicoterapeuta Susie Orbach su “quello che chiamiamo maturità”, ovvero reagire umanamente alle circostanze avverse, l’autrice imputa ai candidati “il disprezzo come valore ostentato” nei confronti della scuola” e un “sentimento molto aristocratico” quale sarebbe “l’indignazione”. Si noti inoltre che l’autrice ha esternato tutto ciò che ha esternato credendo che i candidati non si fossero presentati innanzi alla Commissione. Altri hanno parlato di “scena muta” che sarebbe stata fatta dai candidati, i quali invece alla Commissione hanno parlato, dicendo per l’appunto che non intendevano rispondere a domande sul programma.
Di nuovo sulla crisi della stampa quotidiana
Purtroppo, bisogna ammettere che nel nostro paese il giornalismo italiano è in crisi. Da un giornale all’altro si scoprono non pochi articoli colmi di supponenza e tracotanza, scritti talvolta in un italiano tanto precario o criptico da rendere ardui i tentativi di comprensione della scrittura.
Non mancano articolisti che si scoprono cattedratici e trinciano giudizi con una disinvoltura raccapricciante. Siamo di fronte a un modo di fare informazione che giunge a falsare la realtà. Ad esempio, a proposito dei rinunciatari alla prova orale si è fatto spesso ricorso all’espressione “fare scena muta”: ebbene, a quanto è dato sapere, la rinuncia non è stata silenziosa, perché i motivi del loro rifiuto di rispondere a domande sui programmi i candidati in sede di colloquio con le commissioni d’esame li hanno spiegati.
Le offese ai candidati
È stata rivolta da più parti ai candidati protestatari un’accusa di opportunismo e vigliaccheria, perché il loro rifiuto della prova orale è stato manifestato dopo che si erano assicurati nelle prove scritte un punteggio utile per la promozione: sarebbero stati non dei furbi, ma degli eroi, si è scritto, se la loro protesta fosse stata messa in atto senza alcuna sicurezza di poter conseguire il diploma.
Insomma, avrebbero dovuto esporsi al rischio di essere respinti. Secondo il professor Vincenzo Schettini, i candidati avrebbero dovuto rifiutare il voto per protesta soltanto dopo avere dimostrato una brillante preparazione. Di fronte a commenti come questo vengono in mente quei telecronisti delle partite di calcio che dicono cosa avrebbe dovuto fare questo o quel calciatore invece di quello che ha fatto.
Si avverte qua e là un livore che si traduce anche in un sarcasmo fuor di luogo. Il culmine di questo atteggiamento lo si nota in un articolo pubblicato il 12 luglio sul quotidiano denominato, ironia della sorte, LaVerità. Occhiello: “La protesta farsa”. Titolo: “Troppo comodo fare i rivoluzionari – se la “ribellione” è a rischio zero”. Sommario: “Alcuni giornali difendono il giovane che ha rifiutato di sostenere l’esame orale in dissenso col sistema dei voti – Ma quella del ragazzo è stata una sceneggiata: la promozione era certa. Così è facile atteggiarsi a Masaniello”.
Nel rivolgersi al giovane, l’articolista Paolo Del Debbio si permette anche quella che lui chiama una sua “caduta di stile” e che in quella allocuzione e in quella sede potrebbe essere considerata diseducato turpiloquio:
“Guardi, c’è un punto in cui lei sorvola in modo elegante e forse un po’ perbenista, e cioè che a scuola spesso il raglio provenga dal professore piuttosto che dallo studente. Su questo non c’è dubbio e io non so se lei ha avuto dei professori somari, ma anche se li avesse avuti – mi permetta la caduta di stile – comunque lei non sarebbe stato autorizzato a fare il cazzo che vuole.”
S’intende che dalle colonne del quotidiano è facile offendere il giovane interessato (maggiorenne, altro che ragazzo, come è definito nel sommario), al quale di fronte a tale mortificazione non è consentito replicare con pari risonanza.
Elogio della meritocrazia
Si legge altrove che quel giovane, nel momento in cui denuncia la competizione scolastica, mostra di essere affetto lui da egocentrismo competitivo e tendenza a disprezzare e svilire la scuola. Gli studenti, si pontifica, dovrebbero accettare senza fiatare i voti e riconoscere di essere fallibili (come se si fossero proclamati infallibili). Ogni indignazione dovrebbero metterla da parte, perché inutile. Si giunge a ricordare i rivoluzionari francesi del 1789, protesi a ripristinare il merito contro ogni privilegio … Certo, lo fecero con la ghigliottina. Victor Hugo, noto come cantore della rivoluzione, esortò allora la civiltà a riflettere:
“La civiltà rifletta: essa risponde del carnefice. Ah, voi odiate il crimine sino a uccidere il criminale? Ebbene, io odio l’assassinio sino a impedirvi di diventare assassini. Tutti contro uno, la potenza sociale condensata nella ghigliottina, la forza collettiva impiegata per un’agonia. Che cosa vi è di più odioso? Un uomo ucciso da un uomo spaventa il pensiero, un uomo ucciso dagli uomini lo avvilisce.”
In nome di una malintesa meritocrazia vogliamo ghigliottinare spiritualmente gli studenti? A ciò si opporrebbero gli ideali di libertà, uguaglianza e fraternità contenuti nella Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino di quel 1789.
Chiamare cretini gli allievi
Tuttora la mentalità di certi individui anagraficamente adulti si palesa affetta dalla tendenza a giustificare le proprie mancanze. È il caso di un professore che chiama “cretino” uno studente, dopo di che, essendogli stata comminata la sanzione disciplinare della censura per “violazione dei doveri inerenti alla funzione docente”, ricorre attraverso il primo e il secondo grado di giudizio, finché la Cassazione non sentenzia che la censura inflittagli è congrua e proporzionata rispetto all’addebito.
Le posizioni dei Presidi
Anche fra i dirigenti scolastici alcuni accusano i candidati protestatari di mancanza di coraggio, per avere atteso di conoscere il punteggio degli scritti prima di protestare; quindi, sarebbero stati coraggiosi se avessero corso il rischio di andare incontro a una bocciatura. Mario Rusconi, presidente di Anp – Roma, accusa i candidati di esibizionismo: il loro sarebbe stato “un gesto folcloristico a livello mediatico”.
Dispiace dover osservare che proprio a livello mediatico i gesti sono stati presentati in modo folcloristico e il presidente ha confuso questa presentazione falsata con la realtà dei fatti. Si riscontra peraltro una spaccatura nel mondo adulto anche fra dirigenti scolastici, alcuni dei quali vedono nella presa di posizione degli studenti un “dissenso civile” e una “scelta profonda e ragionata”. Quindi sono presenti anche a livello dirigenziale scolastico prese di posizione a favore dei candidati in questione.
Altre difese degli studenti
Altre prese di posizione a loro favore non mancano. Su la Repubblica dell’11 luglio lo scrittore Eraldo Affinati esorta a non ignorare le ragioni dei ragazzi, il loro malessere, e ad adoperarsi per stabilire con loro “un patto emotivo” sulla base di una “fiducia reciproca”. Su la Repubblica del 17 luglio 2025 compare l’articolo “Ma la scuola non può essere solo un luogo di competizione” dovuto a Dario Spagnuolo, il quale, dopo avere osservato fra l’altro che il concetto di “maturità” cozza “con l’infantilismo di tanti esponenti politici” e il voto ha perso ogni rilevanza proprio in sede concorrenziale a causa di “punteggi attribuiti in base ad un mercimonio di titoli e attestati”, conclude così il suo intervento sul “ring” sul quale la meritocrazia vuole vedere sfidarsi e affrontarsi gli studenti:
“Con maggiore coerenza degli adulti, i più giovani hanno scelto di contestare un sistema di voti che ha perso ogni valenza formativa e metacognitiva. Prima di condannare, con la consueta supponenza di un paese vecchio e gerontocratico, è bene fermarsi a riflettere: una vera riforma della scuola passa dall’ascolto degli studenti, non dalle elucubrazioni di esperti e ideologi.”
A proposito della sprezzante saccenteria di tanti adulti, pronti a pontificare contro ogni dichiarazione adolescenziale di disagio, il professor Enrico Galiano con un giudizio che ben si attaglierebbe alla stucchevole ironia del sopra ricordato Paolo Del Debbio ha dichiarato:
“Se alla tua età appena un giovane apre bocca tu lo zittisci, lo giudichi o lo ridicolizzi, non sei venuto su bene per niente.”
Anche il professor Andrea Maggi sottolinea la necessità di dare ascolto agli studenti:
“Comunque la si pensi, questi episodi mettono in evidenza due cose importanti: il disagio reale degli studenti nei confronti di un sistema con cui non si sentono in sintonia e l’ipocrisia del sistema scolastico.”
Aver bisogno dello psichiatra
Sconcertante in quanto sconclusionato l’intervento di Paolo Crepet, psichiatra:
“Impariamo ad accettare la valutazione e quando perdiamo andiamo avanti. Così si impara: nella vita bisogna saper fare le cose, qualunque lavoro si faccia. Se si vuole protestare bisogna trovare qualcuno che ascolti.”
Manca stranamente da parte dello psichiatra un’analisi del significato profondo dell’esame finale. Non ha pensato che si protesti proprio per essere ascoltati?
Il significato dell’esame
Alle tante contraddizioni e lacune rimedia su la Repubblica del 18 giugno Massimo Recalcati, psicoanalista lacaniano:
“L’esame di maturità e il suo corteo di ricordi continua ad apparire per molti nei sogni, spesso nella forma dell’incubo […] Si tratta di prendere la parola in prima persona di fronte a un Altro che esprimerà su di noi un giudizio definitivo immodificabile […] Lacan lo ha teorizzato con rigore: ogni qualvolta il soggetto è chiamato a rispondere con la propria parola a un appello simbolico dell’Altro […] c’è sempre il rischio di cadere, di frantumarsi come avviene nel caso delle scompensazioni psicotiche.”
Tutto ciò riguarda la vita di ciascuno di noi:
“Non esiste alcuna commissione in grado di giudicare la nostra maturità […] è l’inesistenza di questa commissione, non la sua esistenza, che ci angoscia profondamente e che ci spinge ogni volta a farla esistere nuovamente nei nostri incubi.”
Gli esseri umani cercano un tribunale (inesistente) che possa “emettere un verdetto definitivo sul senso della loro esistenza”.
La “maglia rotta nella rete”
Stranamente nessuno ha osservato che l’Ordinanza ministeriale sull’esame conclusivo dei corsi di studio secondario superiore era stata scritta male (lo attesta il Ministro stesso che l’aveva firmata, quando riconosce che deve farla correggere per impedire ogni “boicottaggio” dell’esame, pena la “bocciatura”). Non vi si specificava il requisito necessario per assicurare la validità dell’esame: aver sostenuto sia le prove scritte che la prova orale! Di qui l’escamotage, se così lo si può definire scherzosamente, al quale hanno fatto ricorso i candidati protestatari, che hanno approfittato della “maglia rotta nella rete”, per dirla con Eugenio Montale:
“Cerca una maglia rotta nella rete
che ci stringe, tu balza fuori, fuggi!”
I candidati, poiché avevano già conseguito un punteggio utile, si sono permessi di non rispondere a domande sui programmi di studio, cogliendo però allo stesso tempo l’occasione per manifestare il personale disagio dovuto a un’esperienza scolastica frustrante per il clima da loro avvertito come competitivo e non collaborativo con la conseguente svalutazione delle loro personalità. Il difetto del testo ministeriale è stato quindi proficuo, perché ha reso possibile una manifestazione di disagio studentesco dovuto alla meritocrazia.
Come riscrivere l’Ordinanza
Una volta eliminato il difetto, non si dovrebbe però impedire ogni protesta. Nella necessaria riscrittura del testo dell’Ordinanza, una volta ben evidenziata l’obbligatorietà della prova orale, sarebbe bene aggiungere che gli esaminatori, senza limitarsi ad accertare le conoscenze disciplinari, debbano consentire ai candidati di esprimersi liberamente sulle loro esperienze nel campo del servizio scolastico, di cui sono stati fruitori, fornendo un contributo critico da tener presente ai fini del suo miglioramento.
Il pernicioso retaggio della cosiddetta “buona scuola”
Il Ministro dell’Istruzione e del Merito, intervistato da Gianna Fregonara per il Corriere della Sera del 13 luglio, dichiara che “ci sono modalità democratiche per cambiare le regole che non ci piacciono”. Attendiamo di sapere se e come si possano cambiare le regole dell’obbligatorietà di sostenere le prove Invalsi e di aver praticato l’alternanza scuola-lavoro per essere ammessi all’esame di maturità – un esame che vedrebbe sicuramente respinti tanti adulti.
Conclusione
Altra stranezza: almeno a quanto mi risulta sulla base degli articoli che sono riuscito a compulsare, il battage giornalistico si è concentrato soltanto su un numero di casi di studenti protestatari tanto esiguo da apparire irrisorio, senza alcun interrogativo sulla situazione di tutti gli altri studenti che non hanno effettuato alcuna recriminazione.
Il discorso mediatico non ha contrapposto al rifiuto di pochi il silenzio della maggioranza. Questo silenzio avrebbe potuto essere usato per controbattere la protesta. Se ciò non è accaduto, possiamo ipotizzare che nel mondo adulto serpeggi il timore di scoprire la presenza di un disagio diffuso, anche se non manifestato su larga scala, nella scuola italiana. L’ipotesi, se valida, confermerebbe che la scuola italiana non è conosciuta affatto dai tanti commentatori. Nella nostra realtà scolastica non mancano esempi di un proficuo lavoro educativo condotto in sintonia da docenti e studenti.
Qual è dunque la tendenza, quella denunciata dai pochi studenti oppure quella degli studenti che sembrano non avere avuto alcun motivo di denuncia? Per rispondere, occorre partire dalla considerazione che i sistemi scolastici non sono statici. Gli elementi positivi, caratterizzati oggi da stabilità, possono essere insidiati da politiche scolastiche tali da introdurre motivi di disorientamento, di squilibrio, di oltraggio a quanto di buono la scuola di per sé stessa produce.
In effetti, a una situazione positiva, nella quale si rispetta il vissuto esistenziale degli allievi che vanno costruendo le loro personali identità, si vanno contrapponendo regole tali da generare alienazione, a dispetto della filosofia dell’educazione, egregiamente rappresentata oggi, fra gli altri, da Gert J. J. Biesta, autore di Riscoprire l’insegnamento, Raffaello Cortina Editore, 2022 (The Rediscovery of Teaching 1st Edition, Taylor & Francis, 2017).
Un organismo sano viene insidiato ormai da un morbo destinato ad evolversi cronicamente. La sua insidia dura da decenni, come documenta Stefano D’Errico in La scuola distrutta. Trent’anni di svalutazione sistematica dell’educazione pubblica e del paese, Mimesis, 2019. Quindi la protesta di quei pochi studenti sarebbe la punta di un iceberg. Le fiamme di una miccia starebbero lentamente bruciando verso un’esplosione, che potrebbe essere quella di una rivolta collettiva contro una supina accettazione di regole imposte authoritarianly, non authoritatively, da chi esalta una meritocrazia mercantilistica.
La deprecabile alternativa sarebbe l’assuefazione che sfocia nella sottomissione, processo che appare purtroppo già in atto. Povero Edgar Morin! Si è dato tanto da fare per dare risalto alla necessità di teste ben fatte, di saperi necessari per l’educazione del futuro, di un metodo che contempli l’organizzazione delle conoscenze disciplinari senza dipartimenti stagni, e la sua è restata finora una vox clamantis in deserto, come anche quella di Zygmunt Bauman. E la filosofia dell’educazione, che pone in primo piano i vissuti personali e i rapporti interpersonali, l’ascolto, il dialogo, resta ignota a chi prende oggi decisioni sul futuro della scuola.
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