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Dieci anni di storia della Scuola

La storia di dieci anni di politica scolastica in un Paese che continua a non amare la scuola. Il libro-diario di Alfredo Vinciguerra.

Le novità in libreria ci interessano e ci appassionano. Per quelle che più ci coinvolgono riusciamo anche a risolvere il problema di trovarne una collocazione negli scaffali già pieni di altri libri, novità di un tempo passato. Libri di ieri che talora, ripresi in mano, anche al solo sfogliarli, si fanno rileggere per i sorprendenti legami con le novità di oggi, delle quali si pongono spesso come illuminanti premesse, logiche e storiche. In tema di scuola, uno dei libri che ripreso fra le mani si rivela utilissimo è Il paese che non amava la scuola di Alfredo Vinciguerra, edito dalla SEI nel 1986.

Un libro-diario della politica scolastica: dalle prime elezioni degli organi collegiali della scuola (del primo febbraio 1975) al “medico programmato” dell’aprile del 1986. Alla data cioè della Gazzetta Ufficiale che pubblica il D.P.R. con cui si stabilisce che a partire dall’anno scolastico 1988-89 le Facoltà di Medicina dovranno fissare, sulla base delle strutture formative di cui dispongono, il numero massimo di studenti che potranno essere iscritti al primo anno di Medicina e Chirurgia.

Un diario di dieci anni di vita della scuola che inizia così:

«Oggi primo febbraio 1975, la famiglia italiana entra nella scuola. Molti milioni di genitori, quasi trecentomila insegnanti e decine di migliaia di non docenti si recheranno nelle scuole materne ed elementari della penisola per eleggere i propri rappresentanti nei nuovi organi collegiali di governo della scuola. Si tratta della più grande mobilitazione elettorale non politica che il Paese abbia mai conosciuto e di un’esperienza che non ha l’eguale neppure in democrazie più collaudate».

E prosegue registrando quel che accade.

Prosegue cioè col fornire, a intervalli costanti, ravvicinati, la descrizione di quelle vicende  interpretabili come valori al tempo t della funzione f(t): amore del Paese per la scuola. Il risultato è l’andamento globale di f nell’intervallo di tempo considerato (t1=1975, t2=1986). Il suo grafico cartesiano è un arco di parabola che presenta il massimo assoluto nel punto in cui la collettività s’infiamma per la partecipazione democratica alla gestione della scuola e un punto di minimo relativo corrispondente allo sbarramento delle iscrizioni al corso di laurea in Medicina.

Cosa impensabile qualche anno prima.

Un provvedimento fatto per l’Università, come se fosse stato un mondo a parte, con altri interessi, per un altro Paese. Un provvedimento su cui non ci sono stati ripensamenti negli anni successivi, attuato malgrado tutto, malgrado significasse sconfessare la scuola nella sua funzione, svuotarla delle prospettive e dei  legami col futuro.

Una scelta pesante che ha amplificato nel tempo i suoi limiti fra i quali anche quello di essere stata originata dalla decisione di un giudice di Pretura. Scrisse Vinciguerra (7/11/1984): “L’ordinanza del pretore romano che ha fissato d’autorità il numero chiuso nelle facoltà di medicina, su richiesta dell’Ordine dei medici, resterà probabilmente tra gli atti più stravaganti che mente di giudice abbia mai partorito”. Non si sbagliava!

L’episodio dell’ordinanza è comunque quasi scomparso dalla memoria collettiva, sommerso da altre stravaganze.

Eppure da anni si discuteva dell’esame di Stato, argomento non banale del sistema d’istruzione, legato alla scelta e al proseguimento degli studi all’Università o all’inserimento nel mondo del lavoro. Un argomento di tale importanza che si era pensato di stralciare dal progetto di riforma della secondaria di secondo grado che non si riusciva a varare (il varo è avvenuto solo nel 2010), malgrado fosse tra gli impegni prioritari di ciascuno dei ministri che si susseguirono in quegli anni: Franco Maria Malfatti, Mario Pedini, Giovanni Spadolini, Salvatore Valitutti, Adolfo Sarti, Guido Bodrato, Franca Falcucci.

Nel diario di Vinciguerra si trova, registrato con la data 17/2/1982, il progetto di nuovi esami di Stato proposto da Guido Bodrato, ministro dall’ottobre 1980 al 1 dicembre 1982.

Ecco in sintesi il progetto.

Il nuovo esame prevede tre e non due prove scritte (tema d’italiano, più due prove caratteristiche del corso di studi seguito). Testi delle prove predisposte dal Ministero, ma in casi di emergenza provvede la Commissione giudicatrice. Colloquio finale su tutte le materie studiate nell’ultimo anno di corso. Commissioni composte per due terzi (più il Presidente) da docenti esterni, e per l’altro terzo da docenti interni.

Il diploma di maturità conseguito consente l’iscrizione all’Università solo per i corsi di laurea omogenei con il tipo di studi preuniversitari effettuati (resta salva la possibilità di sostenere esami integrativi ed acquisire, per questa via, la possibilità di iscriversi ad altro tipo di Facoltà universitaria).

Commenta Alfredo Vinciguerra:

“Si tratta, come si vede di modifiche assai serie, molto sensate, e su molte delle quali c’è da tempo un largo consenso e restringe la possibilità di iscriversi all’università alle facoltà affini agli studi seguiti in precedenza e cancella gli aspetti aberranti che, nell’esperienza pratica, ha rivelato il provvedimento di liberalizzazione degli accessi adottato nel 1969.”

Ancora oggi ne vediamo la serietà, ma il progetto rimase inattuato.

Aperto alla discussione per un’altra quindicina d’anni. Risolto nel 1997 dalla legge n. 425 e dal successivo regolamento del 23 luglio 1998 n. 323 che disciplina un nuovo esame di Stato con sue finalità, non più di maturità e privo di ogni riferimento alla prosecuzione degli studi all’Università.

È una storia che può servire soprattutto a coloro che oggi, anche in regime di limitazioni da pandemia, invocano la serietà dell’esame come se si trattasse di un problema nuovo, ignari di come, quando e perché  il potere politico l’abbia svuotato di significati e aspirazioni e ridotto a evento conclusivo, di  mera certificazione. Il percorso di studi è concluso: ecco il certificato!

Il diario insegna che è un errore continuare a sottacere le responsabilità della politica. Scuola e politica sono inseparabili.

L’amore che è mancato è quello delle forze politiche che hanno scelto di seguire le strade che hanno portato ai test per gli accessi a taluni corsi di laurea, agli esami di Stato concepiti come conclusivi del percorso di studi secondari, alla cancellazione del corpo ispettivo della scuola, alla dirigenza scolastica pensata per istituzioni scolastiche non più comunità omogenee al loro interno, alle nebbie che avvolgono professionalità docente, finalità ideali dell’impegno di studio e le stesse mete educative e formative.

L’articolo con il titolo La storia della scuola insegna [VEDI] è apparso sul numero di gennaio 2022 di Tuttoscuola. Un numero speciale per ricordare la figura di Alfredo Vinciguerra a trent’anni dalla scomparsa.

Autore

  • Laureato in matematica, docente e preside e, per quasi un quarto di secolo, ispettore ministeriale. Responsabile, per il settore della matematica e della fisica, della Struttura Tecnica del Ministero dell'Istruzione. Segretario, Vice-Presidente e Presidente Nazionale della Mathesis dal 1980 in poi e dal 2009 al 2019, direttore del Periodico di Matematiche.

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