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Il bianco della matematica

Il bianco della matematica non è assenza di colore ma sintesi di colori e ricomposizione della molteplicità. Ed è luce. 

«Qual è il colore della matematica?». La domanda è stata posta in un articolo di qualche tempo fa, che si concludeva con una propensione netta per il bianco. Il bianco dei ragionamenti limpidi e chiari, della mente che si illumina, dei comportamenti senza macchia.

Quella conclusione, più che proporre una preferenza estetica, mirava a richiamare una funzione più elevata della matematica nella vita e nel destino dell’umanità. Un tema tutt’altro che astratto, se si considerano le dilaganti irrazionalità, le brutture e le opacità che sempre più segnano il nostro tempo.

Riprendiamo oggi il tema per confermare quella scelta, precisando che il bianco di cui si parla non è semplice assenza di colore. Lo riprendiamo guardandolo anche da un’angolazione psicologica e pedagogica, con un’attenzione rivolta allo spazio di chiarezza in cui il pensiero matematico prende forma: la pagina, la lavagna, il campo visivo in cui un’idea può emergere nella sua autenticità.

Vale la pena di premettere che negli ultimi anni, tanto nella didattica quanto nella divulgazione, si è diffusa una convinzione quasi indiscussa: rendere la matematica più accessibile significherebbe renderla più colorata. Schemi multicolori — dai regoli di Cuisenaire–Gattegno in poi — vengono spesso giustificati come strumenti di facilitazione. Eppure, la psicologia cognitiva invita alla cautela.

La teoria del cognitive load, elaborata da John Sweller, distingue tra carico cognitivo intrinseco — legato alla complessità del contenuto — e carico estraneo, generato dalla modalità di presentazione. Il punto non è che il colore sia dannoso in sé, ma che ogni elemento visivo non funzionale alla comprensione introduce un carico supplementare che sottrae risorse ai processi di costruzione concettuale.

In matematica, dove capire significa stabilire relazioni, cogliere lampi di connessioni e seguire inferenze logiche, questo equilibrio è particolarmente delicato. Il colore è efficace fino a un certo punto; quando diventa permanente o ridondante, smette di orientare e comincia a interferire.

Il problema non è il colore, ma la sua eccedenza. Quando ogni elemento è evidenziato, nulla lo è davvero. Ma qui la matematica è pronta a offrirci ulteriori elementi di chiarezza.

Ad esempio, il teorema dei quattro colori. Il teorema può essere letto come un esempio significativo di economia percettiva, in sintonia con le tesi di Sweller. Non afferma che più colori rendano una mappa più chiara, ma che quattro bastano: quattro sono il minimo necessario per distinguere regioni adiacenti. Sul teorema e sul suo significato si potrebbe discutere molto, anche nell’ottica della parodia che ne diede Umberto Eco come “teorema degli ottocento colori”.

La matematica è però anche il campo dei frattali, la geometria della natura e dell’esplosione delle forme e dei colori. In questo caso la proliferazione cromatica sembra necessaria per rendere visibili le dinamiche soggiacenti: orbite, tempi di fuga, comportamenti asintotici. E tuttavia anche qui la varietà non è arbitrio: è traduzione visiva di una legge.

In sintesi: nel teorema dei quattro colori la minimalità è necessaria; nei frattali la proliferazione è giustificata dalla natura stessa dell’oggetto.

C’è un altro aspetto che pure è da evidenziare. È legato a un’esperienza che i matematici conoscono bene come ricorrente nel loro lavoro di ricerca. L’attività matematica richiede sforzi di concentrazione totali e prolungati. La ricerca di una soluzione è spesso lunga, opaca, faticosa; poi, improvvisamente, tutto si chiarisce. Non è solo una metafora dire che “si accende una lampadina”: la soluzione appare come luce, come un fulgore che trasforma ciò che prima era confuso. Non vi è alcun effetto esterno, ma il passaggio rapido dall’opacità alla luminosità.

Questa sintesi trova la sua perfetta rappresentazione fisica nel disco di Newton. Quando i settori colorati dello spettro vengono posti in rapida rotazione, l’occhio umano cessa di distinguerli individualmente: la molteplicità si fonde, il movimento annulla il particolare e ciò che resta è un bianco uniforme e luminoso.

È esattamente ciò che accade nel pensiero matematico: l’intuizione, il rigore, l’analogia e la deduzione sono colori distinti che, nel fervore della ricerca e della comprensione, ruotano insieme fino a diventare luce pura.

Si possono leggere questi esempi — la minimalità del teorema dei quattro colori, la complessità necessaria dei frattali e l’unità luminosa del disco di Newton — come segnali di un ritorno alla natura e, dunque, all’essenza della matematica. La verità matematica non sceglie un colore; li comprende tutti nella staticità luminosa del bianco.

Il bianco della matematica non è assenza, ma sintesi. Non è monotonia, ma unità nella varietà. Non è opacità, ma luce. Nel suo bianco l’arcobaleno è già presente.

Tutto ciò pare volerci ricondurre a Dante: nel Paradiso descrive la luce divina come bianca e policroma allo stesso tempo. È la “candida rosa” dei beati, ma è soprattutto quella visione suprema in cui la molteplicità si ricompone:

“Nel suo profondo vidi che s’interna,
legato con amore in un volume,
ciò che per l’universo si squaderna.”(Par. XXXIII, 85-87)

Autore

  • Emilio Ambrisi

    Laureato in Matematica, è stato docente, dirigente scolastico e ispettore tecnico del Ministero dell’Istruzione. A partire dagli anni Ottanta ha partecipato alle tante commissioni ministeriali, tra cui quella dei “Quaranta” istituita dal ministro Franca Falcucci, incaricate della definizione dei programmi di insegnamento degli indirizzi sperimentali e, successivamente, delle Indicazioni Nazionali. Ha svolto numerosi incarichi ispettivi in Italia e all’estero e, dal 1997, ha curato la predisposizione delle prove ministeriali d’esame di maturità e di concorso. Dal 2008 al 2015 ha fatto parte del collegio di direzione della Struttura Tecnica del Ministero. Nel 1980/81 ha prestato servizio presso la Facoltà di Magistero di Roma (cattedra del prof. Mauro Laeng) incaricato di collaborare agli atti preparatori dell’indagine I.E.A., e per alcuni anni ha insegnato come professore a contratto presso le Università “Federico II” e “Vanvitelli” di Napoli. Dal 2009 al 2019 è stato Presidente nazionale della Mathesis e direttore del Periodico di Matematiche.

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