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Il declino: ridurre l’integrale a un’area

Il declino dell’insegnamento della matematica in Italia: il caso dell’integrale definito ridotto al solo calcolo delle aree

Un tempo, in Italia, si auspicava che il dibattito educativo prestasse attenzione non solo all’insegnamento, ma anche all’apprendimento. In poco più di vent’anni, questo auspicio si è trasformato in un nuovo squilibrio: oggi l’attenzione si concentra quasi esclusivamente sull’apprendimento — o meglio, sui dati che pretendono di misurarlo.

Il risultato? Il dibattito educativo è pressoché scomparso, e con esso anche l’attenzione all’insegnamento, a cosa e come s’insegna. Basta guardare al clima e alle procedure che dominano lo svolgimento dei concorsi a cattedre, alle modalità del conseguimento dei crediti universitari o al dibattito sulle Nuove Indicazioni Nazionali, ridotto a una mera lotta tra due gruppi di esperti in cui l’uno pensa di saperne più dell’altro. A soffrirne maggiormente è, inevitabilmente, l’insegnamento della matematica: da sempre luogo di aspirazioni al  miglioramento e oggi privo di  stimoli a fare meglio, a livello collettivo, ambientale, istituzionale.

Una povertà culturale e pedagogica diffusa

Un caso emblematico di questa deriva è rappresentato dai Quadri di riferimento per le prove scritte dell’Esame di Stato del 2018. La loro influenza sulla didattica, in appena sette anni, si è rivelata devastante, anche se molti docenti non sanno neppure il motivo della loro esistenza e in che rapporto si pongono con le Indicazioni Nazionali. D’altronde, per la matematica del liceo scientifico, se le Indicazioni Nazionali risultano carenti e scritte male, i Quadri di riferimento lo sono in modo ancor più grave, con scelte decisamente inappropriate e incolte.

L’integrale definito è un esempio di questa regressione didattica

Un esempio eloquente è il trattamento dell’integrale definito. Le Indicazioni Nazionali prevedono esplicitamente il suo utilizzo per il calcolo di aree, volumi e applicazioni in contesti significativi, anche fisici. Il Quadro di riferimento per la matematica, invece, al punto 23 dei 27 argomenti elencati, si limita a richiedere:

“Interpretare geometricamente l’integrale definito e applicarlo al calcolo di aree.”

Una prescrizione non solo scritta male e pensata peggio, ma anche tale da togliere valore pedagogico all‘interpretare geometricamente. Nessun accenno ad altri usi — come il calcolo di volumi, energia, probabilità continua o altre misure — che storicamente  hanno arricchito il significato concettuale dell’integrale testimoniandone la forza formativa.

Le prove d’esame ministeriali della maturità post-pandemia hanno confermato questa restrizione: nessun quesito proposto in questi anni ha mai richiesto l’uso dell’integrale per il calcolo di volumi o per applicazioni diverse dal semplice calcolo dell’area piana.

Un danno profondo al significato del concetto e alla didattica

Questa limitazione ha effetti rovinosi. La prova scritta di maturità ha sempre rappresentato il riferimento primario per i docenti nella progettazione dei percorsi didattici. Ridurre le applicazioni dell’integrale definito al solo calcolo delle aree significa compromettere la comprensione concettuale dello strumento, ridurne la portata geometrica e analitica, oscurarne i significati più profondi.

Si perde, così, la capacità di “vedere” la matematica: di concepire, ad esempio, un volume come l’insieme di strati sovrapposti (a cipolla), come un solido ( un salame) affettato e ricomposto — un’immagine potente, concreta, intuitiva.

Il volume di rotazione: da quesito standard a “oltre il quadro”

Consideriamo un esercizio che un tempo sarebbe stato perfettamente proponibile, ma che oggi ricadrebbe “oltre il Quadro”:

Sia R la regione delimitata, per x ∈ [0, π], dalla curva y = sen x e dall’asse x. Si consideri il solido ottenuto dalla rotazione di R attorno all’asse y. Calcolare il volume del solido.

Questo tipo di quesito apparteneva a un progetto di innovazione didattica nato con la riforma della prova d’esame di maturità del 2001, che puntava, tra l’altro, a “migliorare l’insegnamento” ed è stato  mantenuto fino al 2015.

Veniamo, quindi, al calcolo del volume Vdel solido W descritto dalla rotazione, intorno all’asse y, della regione R del semipiano y>0 sotto l’arco di sinusoide tra 0 e π.

Se la rotazione richiesta fosse stata intorno all’asse x, il solido risultante si poteva pensare come l’insieme dei dischi ottenuti con tagli perpendicolari all’asse x e si poteva scrivere: V_{W}=\pi \int_{0}^{\pi }sen^{2}xdx avendo ognuna di quelle fette area πsen2x.

Ma così non è: la rotazione avviene attorno all’asse y.

Quindi, applicando lo stesso metodo delle fette, risulterebbe qualcosa di più complicato da risolvere, considerare la funzione inversa x=arcseny e integrare rispetto a y.

Più semplicemente, il solido risultante dalla rotazione si può pensare sfogliettato; ovvero si può vedere composto come lo è una cipolla: di più strati sovrapposti. Ogni strato è un cilindro di raggio di base x e altezza senx. Ognuno di questi strati o gusci cilindrici, di spessore infinitesimo, ha area laterale (2πx)senx. Il volume richiesto è dunque V_{W}=2\pi \int_{0}^{\pi }xsenxdx ovvero, risolvendo per parti, 2π2.

Conclusione: è stato distrutto quanto di buono era stato fatto

La situazione attuale porta a perdere di vista concetti fondamentali, come il fatto che la derivata del volume V(x) di una sfera di raggio x è la sua superficie.

Anche questo è un modo di “interpretare geometricamente” — e profondamente — un concetto. Si tratta di intuizioni che legano in modo profondo il calcolo e la geometria, l’analisi e la visione. Ma, più che altro, si tratta di constatare un ritorno indietro: passi avanti compiuti nella didattica della matematica sono stati smantellati; la prova d’esame è stata ridotta, impoverita, e con essa l’insegnamento ha perso ampiezza, profondità e capacità formativa. Aspetti centrali per una comprensione concettuale completa stanno ormai scomparendo dall’orizzonte educativo. È tempo di riaprire il dibattito.

I docenti con Matmedia possono cercare di mantenere viva la fiamma dell’aspirazione al miglioramento dell’insegnamento della Matematica, ma è anche fondamentale che il Ministero riacquisti la competenza smarrita, sappia guidare e non confondere.

Autore

  • Emilio Ambrisi

    Laureato in Matematica, è stato docente, dirigente scolastico e ispettore tecnico del Ministero dell’Istruzione. A partire dagli anni Ottanta ha partecipato alle tante commissioni ministeriali, tra cui quella dei “Quaranta” istituita dal ministro Franca Falcucci, incaricate della definizione dei programmi di insegnamento degli indirizzi sperimentali e, successivamente, delle Indicazioni Nazionali. Ha svolto numerosi incarichi ispettivi in Italia e all’estero e, dal 1997, ha curato la predisposizione delle prove ministeriali d’esame di maturità e di concorso. Dal 2008 al 2015 ha fatto parte del collegio di direzione della Struttura Tecnica del Ministero. Nel 1980/81 ha prestato servizio presso la Facoltà di Magistero di Roma (cattedra del prof. Mauro Laeng) incaricato di collaborare agli atti preparatori dell’indagine I.E.A., e per alcuni anni ha insegnato come professore a contratto presso le Università “Federico II” e “Vanvitelli” di Napoli. Dal 2009 al 2019 è stato Presidente nazionale della Mathesis e direttore del Periodico di Matematiche.

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