La superiorità della matematica nel formare al rispetto della donna. Il suo valore conoscitivo e formativo contro la violenza contro le donne perché il 25 novembre non passi come una ricorrenza ritualistica.
“L’uomo è confinato nei limiti angusti del corpo, come in una prigione, ma la matematica lo libera, e lo rende più grande dell’intero universo” – Pietro Ramo
Preambolo
È trascorso un altro 25 novembre. Il 25 novembre ricorre la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, istituita nel 1999 dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Da allora la violenza di genere su vasta scala non è scomparsa. In Italia ricorre con allarmante frequenza il termine femminicidio. L’uccisione di una donna è il culmine di una violenza che si manifesta anche in altre forme non cruente, derivanti da un fenomeno che è detto patriarcato, ma è più corretto definire maschilismo, come ha osservato Luca Ricolfi alla vigilia dell’anniversario dalle colonne del quotidiano Il Mattino.
Il maschilismo si manifesta con una volontà perversa di soggiogare la donna in un contesto extrafamiliare o anche familiare, mirando a seconda delle situazioni a imporle una sudditanza psicologica e umiliarla con improperi, ingiurie, percosse, perseguitarla con lo stalking, prenderla con la forza, sfregiarla con l’acido, giungendo ad ucciderla, perché il maschio non sopporta di perderne il controllo e il possesso, per non dire poi della violenza di gruppo. Si sa che vi sono culture in cui questa volontà perversa si spinge al punto di imporre l’obliterazione del corpo femminile mediante l’imposizione di un mortificante abbigliamento e di reprimere con estrema crudeltà ogni ribellione a una così brutale pratica.
Nella cultura italiana la violenza contro la donna, culminante nell’assassinio, si verifica con allarmante frequenza ad opera di maschi italiani, anche se vi è chi afferma ideologicamente che i delitti di genere aumentano a causa dell’immigrazione. Vi sono mariti o amanti italiani che vedono la donna come un corpo sottomesso a un loro possesso e a un loro potere di vita e di morte, non volendo riconoscerle l’autonomia e la dignità che le competono.

Olympe de Gouges (1748-1793)
Marie-Olympe de Gouges nel 1791 pubblicò la Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina, considerata il primo manifesto femminista, in 17 articoli, il primo dei quali iniziava così:
“La donna nasce libera e rimane uguale all’uomo nei diritti.”
Perseguitata, arrestata, incarcerata, condannata dal tribunale rivoluzionario, fu ghigliottinata nel 1793, ma il suo spirito continuò a vivere: nel 1797 circolava in Francia il manifesto anonimo La causa delle donne, ove si legge fra l’altro:
“Siamo differenti per sesso, ma simili e uguali per natura […] Le donne letterate, le politiche, le legislatrici, le guerriere non furono inferiori ad alcun uomo di educazione eguale, anzi furono maggiori […] Le donne insomma sono eguali agli uomini: anzi siamo noi per natura tanto superiori, quanto è superiore la forza dello spirito a quella del corpo.”
La rivendicazione dei diritti femminili ha continuato ad avere il suo seguito anche in forme estremizzanti.
Ad esempio, dal Manifesto di rivolta femminile pubblicato su un numero della rivista Effe nel 1973 riportiamo alcuni stralci:
“In tutte le forme di convivenza, alimentare, pulire, accudire e ogni momento del vivere quotidiano devono essere gesti reciproci.
Noi identifichiamo nel lavoro domestico non retribuito la prestazione che permette al capitalismo, privato e di stato, di sussistere.
Detestiamo i meccanismi della competitività e il ricatto che viene esercitato nel mondo dalla egemonia dell’efficienza. Noi vogliamo mettere la nostra capacità lavorativa a disposizione di una società che ne sia immunizzata.
Riesaminiamo gli apporti creativi della donna alla comunità e sfatiamo il mito della sua laboriosità sussidiaria.”
Soprattutto in questi difficili tempi, in cui c’è chi è capace di realizzarsi soltanto nel distruggere vite e nel minacciare l’impiego di armi atomiche, l’umanità dovrebbe meditare su quanto si legge nel Manifesto di rivolta femminile a proposito della guerra:
“La guerra è stata sempre l’attività specifica del maschio e il suo modello di comportamento virile.”
Le donne danno la vita e i maschi danno la morte.
Sul piano giuridico la parità di diritti della donna è stata riconosciuta.
Nel 1948 è entrata in vigore la Costituzione della Repubblica Italiana che all’articolo 3, primo comma, recita:
“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali […]”
E all’articolo 29, secondo comma:
“[…] Il matrimonio è ordinato sull’eguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell’unità familiare.”
Nello stesso anno l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha adottato la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, che recita negli articoli iniziali:
“Articolo 1 – Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza.
Articolo 2 – Ad ogni individuo spettano tutti i diritti e tutte le libertà enunciate nella presente Dichiarazione, senza distinzione alcuna, per ragioni di razza, di colore, di sesso […]”
Successivamente sono state adottate la Convenzione europea dei diritti dell’uomo (1950) e la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea (2000).
Il valore conoscitivo e formativo della matematica
La scuola è chiamata a rispondere a quanto tratteggiato nel preambolo. La tematica della violenza contro le donne, poiché si manifesta come portato di una cultura perversa, aliena dal riconoscimento della donna come essere umano, esige di essere trattata nei diversi contesti formativi, fra i quali la scuola svolge un ruolo essenziale tramite le varie discipline di studio.
Può sembrare che il compito spetti esclusivamente alle materie umanistiche; eppure, a ben riflettere, le materie scientifiche non meritano di essere tagliate fuori da un’impresa educativa così importante. Abbiamo interrogato in proposito l’Intelligenza Artificiale, chiedendole se con la matematica si possa fare qualcosa contro il femminicidio sul piano conoscitivo e sul piano formativo.
La matematica come conoscitrice
Gemini ha risposto che la matematica può dare un valido contributo alla causa delle donne grazie alla data science, la quale permette di analizzare grandi quantità di dati relativi ai casi di violenza di genere, consentendo di individuare pattern, trend e fattori di rischio, fondamentali per sviluppare strategie di prevenzione e intervento più efficaci. I dati relativi al fenomeno possono essere poi comunicati in modo chiaro e oggettivo, cercando di sensibilizzare l’opinione pubblica e di scuotere i decisori politici. Col ricorso ad algoritmi di machine learning è anche possibile creare modelli in grado di prevedere con una certa probabilità quali situazioni o individui potrebbero essere a rischio di violenza: ciò permetterebbe di intervenire tempestivamente e di offrire supporto alle potenziali vittime.
Fra i tanti esempi concreti di progetti così orientati possiamo ricordare, volendo spostarci al di fuori della cultura occidentale, quelli dell’India e del Brasile. In India un team di ricercatori sta sviluppando un modello matematico predittivo per identificare le donne a rischio di violenza domestica, basandosi su dati relativi alla storia familiare, alla salute mentale e alle relazioni interpersonali. In Brasile un’organizzazione non governativa utilizza la matematica per raccogliere e analizzare dati sulla violenza sessuale, al fine di individuare i gruppi più vulnerabili e le aree geografiche più colpite.
La matematica come formatrice
Alla domanda se da noi possano essere sviluppati progetti didattici che integrino matematica e prevenzione della violenza di genere, Gemini ha risposto che un’educazione matematica di qualità può promuovere un pensiero critico e logico, fondamentale per sfatare stereotipi di genere e per comprendere le dinamiche di potere sottese alla violenza, attraverso progetti didattici che a diversi livelli sensibilizzino allievi e allieve. A livello primario si possono organizzare giochi di gruppo che richiedano collaborazione e comunicazione tra i partecipanti.
Impegnandosi in giochi matematici, bambini e bambine imparano a lavorare insieme per raggiungere un obiettivo comune, sviluppando empatia e rispetto reciproco. A livello secondario si possono utilizzare modelli matematici (ad esempio, equazioni differenziali), per simulare la diffusione di comportamenti violenti in una comunità: ciò permette agli studenti di comprendere le dinamiche sottostanti e di esplorare l’impatto di diverse strategie di intervento.
È utile anche analizzare dati provenienti da fonti affidabili sulla violenza di genere: gli studenti possono formulare ipotesi, raccogliere ed elaborare dati, presentare i risultati in modo chiaro e conciso, progettare una campagna di prevenzione della violenza, utilizzando dati e modelli matematici per supportare le loro proposte.
Dunque, l’Intelligenza Artificiale riconosce che la matematica, basata su regole precise e universali, consente di valorizzare l’importanza dell’equità e favorisce l’interiorizzazione di tale valore nella vita quotidiana. Nel collaborare per risolvere problemi, i membri di un gruppo misto si abituano al rispetto reciproco e a superare gli stereotipi di quegli ignoranti che vedono le donne negate alla matematica, come se tante donne non abbiano dato e non diano un loro prezioso apporto allo sviluppo della disciplina.
L’assenza di misoginia nella matematica
Nella matematica non v’è misoginia, come accade invece nella lingua, nella tradizione umanistica, nella letteratura, nella filosofia. Dal Vocabolario Treccani online, limitandoci alla lingua italiana, riportiamo sulla misoginia linguistica quanto segue:
“In numerose espressioni consolidate nell’uso si riflette un marchio misogino che, attraverso la lingua, una cultura plurisecolare maschilista, penetrata nel senso comune, ha impresso sulla concezione della donna. Il dizionario, registrando, a scopo di documentazione, anche tali forme ed espressioni, in quanto circolanti nella lingua parlata odierna o attestate nella tradizione letteraria, ne sottolinea sempre, congiuntamente, la caratterizzazione negativa o offensiva.”
Sul versante umanistico incontriamo una pletora di esempi controproducenti. Per quanto riguarda l’antichità classica, dobbiamo registrare purtroppo la prevalenza, se non l’esclusività, di immagini negative della donna sia nel mondo greco che in quello romano. Quanto alla letteratura, volendo limitarci alla letteratura italiana, riscontriamo che la figura della donna angelo, cara agli stilnovisti, resta surclassata attraverso i secoli da una serie di giudizi offensivi sulla natura femminile.
Tanto per fare un significativo esempio, le annotazioni sulla donna nello Zibaldone leopardiano sono sconcertanti nella loro superficialità. Sconcertante in un altro senso è quanto emerge da quel periodo tutto particolare della letteratura italiana che fu il periodo futurista.
Nel Manifesto del Futurismo (1909) di Filippo Tommaso Marinetti si legge fra l’altro:
“Noi vogliamo glorificare la guerra, sola igiene del mondo, il militarismo, il patriottismo, il gesto distruttore dei libertari, le belle idee per cui si muore e il disprezzo della donna.”
Dal Manifesto della donna futurista (1912) di Valentine de Saint-Point, ben diversa da Marie-Olympe de Gouges, estrapoliamo alcuni pensieri aberranti come controcanto a Marinetti in ambiente francese. La maggioranza degli uomini e la maggioranza delle donne meritano lo stesso disprezzo. L’umanità non è composta di donne e uomini, ma di femminilità e mascolinità. Sia alle donne che agli uomini manca la virilità. Se non ha qualità virili, una donna è solo una femmina. Vi deve essere un legame fra donna e rivoluzione e in questo caso ella non merita disprezzo. Però il femminismo è un errore e non bisogna concedere alle donne alcuno dei diritti da loro reclamati. La donna in ossequio al suo istinto deve essere crudele e violenta contro i vinti: bando ad ogni sentimentalismo.
Come si vede, le idee di Valentine de Saint-Point si risolvono in un esibizionistico tradimento dei valori femminili che lei, in quanto donna, avrebbe dovuto rivendicare.
Se poi ci rivolgiamo alla filosofia, notiamo che nel mondo antico Aristotele escluse le donne dalla sua scuola peripatetica.
Dal canto suo Platone riconobbe alle donne la capacità di governare; sembra però che le donne, per essere ammesse alla sua accademia, dovessero presentarsi travestite in sembianze maschili. Tuttavia, proprio nelle scuole filosofiche fiorite successivamente le donne vennero valorizzate per il loro pensiero. Franco Volpi nell’introduzione all’edizione Adelphi dell’opera di Schopenhauer L’arte di trattare le donne osserva che donne filosofe non sono mancate, ma sono state emarginate e silenziate nella tradizione filosofica maschilista. Ecco alcuni stralci dall’opera citata di Schopenhauer:
“Le donne sono […] il secondo sesso, che da ogni punto di vista è inferiore al sesso maschile; perciò, bisogna aver riguardi per la debolezza della donna, ma è oltremodo ridicolo attestare venerazione alle donne: essa ci abbassa ai loro stessi occhi.”
“Le donne sono destinate unicamente alla propagazione del genere umano e in ciò si esaurisce il loro compito […]”
“Il difetto fondamentale del carattere femminile andrà trovato nell’ingiustizia. Esso ha la sua origine anzitutto nella già detta mancanza di raziocinio e di riflessione, ed è inoltre favorito dal fatto che le donne, in quanto più deboli, sono costrette dalla natura a far ricorso non già alla forza, ma all’astuzia […]
“Quando le leggi concessero alle donne gli stessi diritti degli uomini, avrebbero anche dovuto munirle di un’intelligenza maschile […]”
“Massa di cascamorti che non siete altro, vittime innocenti che credete, coltivando lo spirito delle donne, di elevarle fino a voi, non vi siete ancora accorti che esse, da quando sono le regine della vostra società, spesso hanno spirito, per caso hanno genio, ma intelligenza mai?”
Evidentemente Schopenhauer riteneva di essere dotato di una superiore intelligenza, forse anche perché il maschio etimologicamente sarebbe “colui che è forte nel pensiero”.
La dimensione etimologica
Infatti, Vittorio Daniele sul sito etimo.it si esprime così a proposito di maschio:
“L’etimologia del termine maschio è da ricondursi alla radice sanscrita ma– o man-cioè pensare, da cui il latino mas (genitivo maris) ossia maschio dal cui diminutivo masculus trae origine l’italiano maschio. Un aspetto interessante da sottolineare è che, secondo l’etimologia, la virilità tipica del maschio, prima ancora di manifestarsi nella forza fisica, in realtà è radicata nella capacità di pensare, di essere razionale, insomma, nella forza del pensiero!”
Quanto al termine donna, deriva come è noto dal latino domina che rimanda a domus; quindi, secondo l’etimologia, donna indica la persona tenuta a dedicarsi alle faccende domestiche come sua specifica o addirittura esclusiva attività. Noi però a dispetto di Schopenhauer vorremmo intendere donna nel senso di signora anche del pensiero.

Morte di Ipazia
La tragica sorte di Ipazia
In tale contesto non possiamo fare a meno di ricordare la figura di Ipazia, filosofa, astronoma e matematica, volendo così ricordare anche le altre donne che hanno dato lustro a queste discipline. Fra le sue opere il Lessico Suda annovera un commento alla Aritmetica di Diofanto di Alessandria. Pallada nell’Antologia Palatina le dedica questi versi:
“[…] verso il cielo è rivolto ogni tuo atto – Ipazia sacra, bellezza delle parole – astro incontaminato della sapiente cultura”
Ipazia fu vittima di efferata violenza. Nel contesto di uno scontro politico dell’epoca un gruppo di fanatici cristiani le tolse la vita con una morte atroce così descritta da Socrate Scolastico:
“Dopo che l’ebbero fatta a pezzi membro a membro […] trasportati i brandelli del suo corpo […] cancellarono ogni traccia bruciandoli”
Mario Luzi nel suo Libro di Ipazia la raffigura in un dormiveglia in cui si sente stanca e si crede compiuta, ma ode una voce:
“[…] C’è tutta l’enorme distesa del diverso – del brutale, del violento, – contrario alla geometria del tuo pensiero – che devi veramente intendere”
Il discepolo Sinesio, che era morto prima di Ipazia, ma che il poeta in questo splendido dramma lirico immagina a lei sopravvissuto, a un certo punto recita:
“Il maestro lascia la lavagna agli scolari. – La lavagna si copre di un imbroglio inestricabile di segni. – Sono segni stupidi, orribili o sublimi – ma lui non perde di vista l’esattezza del calcolo. – Oh Ipazia, il segno inciso con la tua vita – e con la nostra resti almeno indelebile.”
Ipazia sopravvive alla sua morte nella “geometria” e nel “calcolo” che gli scolari di ogni tempo perpetueranno: è la matematica stessa, che risorge in eterno dalle sue ceneri.
Conclusione
È stata da me affermata la superiorità della matematica nel formare al rispetto della donna. Intendo forse sostenere che la tradizione umanistica debba essere sottovalutata nell’insegnamento? Niente affatto. Tuttavia, ritengo che la formazione matematica dovrebbe essere considerata prioritaria e propedeutica rispetto alla formazione letteraria e filosofica, perché in grado di predisporre a una più consapevole fruizione del patrimonio letterario e filosofico.
Con questo spirito auspico che la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne possa non esaurirsi come una ricorrenza ritualistica destinata al dimenticatoio non appena sia trascorsa, ma inverarsi quotidianamente nella realtà sociale anche in forma di monito a una politica aberrante.
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