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L’Invalsi redivivo in veste taumaturgica

La taumaturgia dell’Invalsi e la missione dei docenti. L’Invalsi torna in campo pronto a dettare diagnosi, prognosi, rimedi terapeutici.

In questo periodo pandemico sono in gioco le sorti della scuola. Si avverte l’esigenza di un intervento salvifico per il bene degli studenti oggi e in vista  del futuro.  C’è chi si prepara a operare il miracolo. Presidente dell’INVALSI e presidente dell’ANP in televisione si dichiarano pronti all’impresa. Non si tratterebbe più di limitarsi a misurare la febbre o a fornire radiografie delle istituzioni educative. Dal termometro e dal radiogramma si dovrebbe passare a diagnosi, prognosi, rimedi terapeutici.

Infatti siamo ormai nell’era dei cosiddetti ristori formativi.

A dire il vero, l’uso del termine ristori è invalso dapprima in campo economico-finanziario. Poi si è spostato nel campo educativo. Sostituisce la dizione corsi di recupero. Evidentemente i responsabili degli enti di cui sopra intendono contribuire al ristoro culturale degli studenti. Dal misurare e dal valutare si spostano verso l’educare. Come se la complessità dell’educazione potesse essere ridotta a oggetto di mere statistiche. E come se i limiti dell’attendibilità  dei dati statistici non fossero noti ad ogni serio esperto di statistica. C’è da restare davvero perplessi.

Ancor più perplessi si diventa davanti a due aspetti dell’iniziativa INVALSI e ANP.

Un aspetto è la pretesa taumaturgica in una situazione drammatica al punto di risultare disperata. L’attività scolastica si configura a  macchia di leopardo. Il paese è frammentato fra didattica a distanza e in presenza.  Il disagio giovanile è materia di allarme sul piano psicologico. Di fronte a tutto ciò si presume di poter intervenire somministrando i soliti test. L’altro aspetto è ancor più preoccupante. All’inizio abbiamo definito gli studenti soggetti da salvare. Malauguratamente negli sguardi istituzionali tendono ad assumere  la fisionomia di oggetti.  Ciò vale purtroppo anche per i docenti.

Prendiamo in esame l’Atto di indirizzo politico-istituzionale – Anno 2021 del Ministero dell’Istruzione. Il testo integrale è disponibile su www.miur.gov.it.   Qui per brevità procederemo con tagli, avendo cura di non snaturare il documento, al quale comunque si rinvia.

Non si può dire che nell’arco delle dieci pagine lo spazio dedicato al  protagonismo dei docenti sia cospicuo.

A pagina 4 si fa menzione per la prima volta dei  docenti come personale da formare “anche a vantaggio di alunni con disturbi specifici dell’apprendimento e con altri bisogni educativi speciali, tra cui gli alunni con cittadinanza non italiana residenti in Italia”. A pagina 6 gli insegnanti vengono visti generalmente  in ritardo nei confronti delle “nuove metodologie didattiche che, anche superando la tradizionale lezione frontale, siano utili a tradurre le potenzialità della tecnologia in paradigmi didattici innovativi”. Chissà perché non si fa menzione di uno strumento didattico formidabile come il libro. A pagina 7 nel paragrafo Incentivare i processi di reclutamento, formazione e valorizzazione del personale scolastico ritorna il motivo della formazione dei docenti: “In merito alla formazione del personale docente, si interverrà per attualizzare la risposta educativa alla domanda delle nuove generazioni”.

È curioso che la domanda sia quella delle nuove generazioni e non quella che la società si attende da loro.

Da questo linguaggio ancora una volta economicistico si ricava che l’offerta formativa dovrebbe dipendere dalla domanda studentesca. Così l’idea di costruire insieme il sapere  resta sbiadita. Ci si sbilancia verso una non meglio definita novità a scapito della tradizione culturale.

A pagina 8 il MI prevede “strumenti di valorizzazione del personale scolastico […] attraverso la definizione di un vero e proprio percorso di carriera professionale che connoti il ruolo, dal momento della immissione fino al collocamento a riposo, su base meritocratica”. Ivi si fa menzione anche dei docenti di sostegno, dei quali “accrescere la competenza e la motivazione, garantendo agli alunni con disabilità la continuità didattica e la stabilità relazionale”. Vi si prospetta inoltre la definizione “dell’area del cd. middle management, cui possano accedere, secondo modalità trasparenti, docenti capaci, per esperienza, professionalità e vocazione, di gestire attività complesse formalmente delegate, tra quelle di competenza del dirigente scolastico”.

Insomma in tale contesto normativo i docenti figurano soltanto come elementi da educare e valutare.

Di un loro personale apporto alla didattica in base alla militanza sul territorio non v’è cenno alcuno. Si spera almeno che si traduca in realtà l’impegno ministeriale enunciato a pagina 9, ovvero  “consentire la partecipazione dei docenti e delle scuole a progetti di portata internazionale e favorire relazioni di collaborazione con istituzioni scolastiche di altri Paesi”.

Sempre a pagina 9 nel paragrafo Valorizzare e sviluppare il sistema nazionale di valutazione si prospettano “interventi diretti alla valorizzazione e all’implementazione del sistema nazionale di valutazione, quale supporto all’autonomia scolastica idoneo ad agevolare  il processo di autovalutazione e miglioramento dei processi sia organizzativi che didattici e, al contempo, quale strumento indispensabile al fine di garantire l’unitarietà e la qualità del sistema scolastico nazionale”. Qui si profila anche “l’avvio di un processo di revisione […] delle diverse procedure di valutazione”  mediante “l’ampliamento della consistenza del corpo ispettivo, da assumersi a tempo indeterminato a seguito dell’emanazione di un prossimo bando di concorso”.

Corpo ispettivo affiancato da “personale con competenze specifiche” e “personale dedicato”.

Il piccolo Alan Kurdi – murales a Francoforte sul Meno

Non sappiamo se e in qual modo possa avere spazio in tale prospettiva ministeriale la pretesa taumaturgica dell’INVALSI cara anche all’ANP. Frattanto l’INVALSI, forse proprio per miracolare la scuola, procede al reclutamento di osservatori esterni dell’andamento scolastico. Di osservatori interni pare che non ci sia alcun bisogno, mentre osservatori interni sono anche e soprattutto i docenti. Rappresentano la scuola militante. Sono loro insieme con gli studenti i primi a cui dover dare ascolto. Una richiesta che non riceve la debita attenzione.

Fra coloro che danno ascolto ai docenti è da ricordare lo psicoanalista di ascendenza lacaniana Massimo Recalcati, che nel taglio basso La scoperta della scuola sul quotidiano La Repubblica del 19 gennaio 2021 così fra l’altro si esprime:

“Molti insegnanti compiono già questo difficile lavoro: provare a vedere nel trauma del Covid non tanto l’accidente che impedisce l’attività didattica, ma ciò che la sprona […] Essi sanno bene come nel loro lavoro quotidiano non si tratta solo di trasmettere le nozioni ma di dare immediata prova di una resistenza attiva al potere della distruzione e della morte […]”

E viene in mente la sorte di Alan Kurdi, il piccolo migrante siriano che morì portando la scuola nel cuore.

Nel misero e lacero abito di quel corpo giunto senza vita sulla spiaggia  fu ritrovata la pagella scolastica del bimbo. Studiare era stato il suo sogno. La sua morte ci impartisce una lezione.

È questo il vero miracolo: insegnare il sogno.

 

 

 

 

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