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Perchè insegno matematica?

Quando la comunità dei docenti rifletteva collettivamente sul proprio compito educativo e costruiva ambienti “matetici”

Maria Cristina Simone, concludendo la sua Lettera, scrive che quella è stata per lei un’ulteriore occasione per interrogarsi sul senso e sulle finalità del proprio lavoro. È un’affermazione che va alla radice dell’essere insegnante. Un’affermazione che ci riporta a una stagione della didattica della matematica che oggi appare, per molti aspetti, lontana.

Gli anni Sessanta e Settanta del Novecento sono stati spesso definiti il “periodo d’oro” della didattica della matematica. Non solo per le innovazioni teoriche o curricolari, ma per il clima che si respirava nella professione. La discussione non era confinata all’accademia: coinvolgeva direttamente i docenti. Si parlava di pedagogia, di psicologia dell’apprendimento, di contenuti, di metodi, ma anche di finalità culturali e civili della matematica.

Nel 1974 la rivista The Mathematics Teacher pubblicò un articolo di Dean Hendrickson dal titolo Why Do We Teach Mathematics?, che riprendeva un tema non nuovo, già affrontato — sotto angolature diverse — da matematici come George Pólya. Ciò che cambiava era il clima: l’interrogativo sembrava coinvolgere tutti, dentro una partecipazione collettiva, responsabile e democratica, al dibattito educativo.

Quella domanda non suonava affatto retorica. Era il segno di una comunità professionale viva, attraversata da ricerca, da sperimentazione, da un’autentica inquietudine teorica. La didattica della matematica si stava ridefinendo: si mettevano in discussione contenuti, linguaggi, modelli trasmissivi; si cercavano nuove forme di accesso al sapere. E si chiedeva ai docenti di esporsi, di testimoniare la propria esperienza.

Non un “Perché si studia la matematica” enunciato in forma impersonale e pretenziosamente assertiva — come accade nelle Nuove Indicazioni Nazionali del 2025— ma una domanda che interpella direttamente chi insegna: “Perché io insegno matematica?”

Molti insegnanti raccolsero questa sfida. Ognuno offrì la propria risposta, non per allinearsi a una formula, ma per dichiarare una posizione: quale idea di sapere, quale idea di studente, quale idea di società stesse dietro il proprio insegnare. Sembrava riemergere, in forma implicita, l’essenziale della tradizione didattica classica, sintetizzata da Clauberg: «quid sit tradendum et quo fine, quis traditurus, quis accepturus, quomodo quid tradere conveniat».

Tra queste voci, quella di John N. Fujii — autore di Why I Teach Mathematics (1979) — segna un passaggio significativo: dal “noi” al “io”. La domanda si fa personale. Fujii non propone una definizione astratta della disciplina; parla della propria esperienza, dello sguardo degli studenti quando comprendono, del valore della matematica come contenuto, struttura e processo. Scrive che insegnare significa “far crescere le idee” e che la matematica “stimola l’immaginazione, ancora la speculazione e promuove una consapevolezza della realtà”.

Non è un testo normativo. È la testimonianza di un docente.

Ed è questo il punto decisivo: il senso della matematica non viene dichiarato in forma impersonale, ma assunto come responsabilità personale e professionale. Il “perché” non è chiuso in un paragrafo: è affidato alla coscienza di chi insegna.

In questo senso, la riflessione di Maria Cristina Simone si inserisce in una tradizione più ampia. Quando un docente si interroga sul senso del proprio lavoro, non compie un gesto isolato: contribuisce a costruire un ambiente professionale vivo, in cui il sapere non è dato una volta per tutte, ma continuamente interrogato.

È, per riprendere un’espressione di Seymour Papert, un ambiente “matetico”: uno spazio ricco di germi portatori di apprendimento.

Ripartire oggi da quel Why non significa indulgere nella nostalgia di una stagione passata. Significa recuperare una dimensione essenziale del lavoro dell’insegnante. In un contesto che tende a fornire risposte già confezionate e a ridurre la complessità dell’apprendimento a indicatori misurabili, tornare alla domanda originaria rappresenta, in qualche misura, un atto di responsabilità professionale.

Lo aveva già indicato con chiarezza George Pólya: insegnare matematica non significa trasmettere risultati, ma educare al pensiero — alla ricerca, al tentativo, al controllo, all’argomentazione. Riesce meglio, allora, l’insegnante che è egli stesso educato al pensiero, che riflette continuamente su ciò che fa.

Maria Cristina Simone aggiunge un elemento decisivo: insegnare matematica oggi significa, in qualche misura, anche resistere — «difendere il tempo della comprensione contro la fretta del risultato, il valore del percorso contro l’ossessione della prestazione, la profondità del pensiero contro la sua riduzione a semplice esecuzione».

In questo orizzonte, la domanda resta aperta. E tale è bene che resti.

Perché insegniamo matematica? Che, per ciascuno, diventa: perché insegno matematica?

Ecco: il senso dell’insegnare nasce dentro una comunità che s’interroga e riflette.

Autore

  • Emilio Ambrisi

    Laureato in Matematica, è stato docente, dirigente scolastico e ispettore tecnico del Ministero dell’Istruzione. A partire dagli anni Ottanta ha partecipato alle tante commissioni ministeriali, tra cui quella dei “Quaranta” istituita dal ministro Franca Falcucci, incaricate della definizione dei programmi di insegnamento degli indirizzi sperimentali e, successivamente, delle Indicazioni Nazionali. Ha svolto numerosi incarichi ispettivi in Italia e all’estero e, dal 1997, ha curato la predisposizione delle prove ministeriali d’esame di maturità e di concorso. Dal 2008 al 2015 ha fatto parte del collegio di direzione della Struttura Tecnica del Ministero. Nel 1980/81 ha prestato servizio presso la Facoltà di Magistero di Roma (cattedra del prof. Mauro Laeng) incaricato di collaborare agli atti preparatori dell’indagine I.E.A., e per alcuni anni ha insegnato come professore a contratto presso le Università “Federico II” e “Vanvitelli” di Napoli. Dal 2009 al 2019 è stato Presidente nazionale della Mathesis e direttore del Periodico di Matematiche.

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