Scuola e classismo

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Scuola e classismo

In uno Stato democratico può la scuola assecondare la mentalità classista? Sono in corso le polemiche sui quotidiani a stampa, in televisione, negli

In uno Stato democratico può la scuola assecondare la mentalità classista?

Sono in corso le polemiche sui quotidiani a stampa, in televisione, negli spazi virtuali e reali su quanto apparso sul sito web di un istituto scolastico romano:

“La sede di via Trionfale e il plesso di via Taverna accolgono alunni appartenenti a famiglie del ceto medio-alto, mentre il plesso di via Assarotti accoglie alunni di estrazione sociale medio-bassa”.

La ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina ha dichiarato che la scuola:

“dovrebbe sempre operare per favorire l’inclusione.”

L’istituto scolastico chiamato in causa  asserisce che “non ha mai posto in essere condotte discriminatorie nella ripartizione degli alunni nei diversi plessi o nelle diverse classi” e che  si è sempre adoperato  “per l’inclusione e la rimozione di qualunque discriminazione“.

Fra i tanti interventi nel dibattito sarà utile essere attenti al commento di Mario Ajello intitolato Scuola organizzata per ceti, ipocrisia a Roma su “Il Mattino” del 16 gennaio 2020.  L’articolista pone questa domanda:

“Eppure, in tutta sincerità, chi non ha mai pensato iscrivendo i figli a scuola a che tipo di scuola li iscrive, non solo dal punto di vista didattico, ma anche da quello ambientale?”

La questione va inquadrata nella storia della scuola italiana, che si colloca nella storia della società e della politica italiane.

Con la Riforma Gentile del 1923 viene introdotta la Scuola elementare dell’obbligo, che incontra la “ostilità dei ceti privilegiati alla diffusione della cultura fra i ceti popolari”.

Con la Riforma Bottai nel 1939 entra in vigore la Carta della Scuola promulgata dal Gran Consiglio del Fascismo: solo la Scuola media col Latino consente l’accesso alle scuole superiori.

I ben noti articoli 3 e 34 della Costituzione della Repubblica Italiana hanno trovato finora pratica attuazione?

Su internazionale.it possiamo leggere La scuola buona, a cinquant’anni da Lettera a una professoressa, in cui Vanessa Roghi dà conto delle polemiche ancora vive sulle idee del sacerdote Lorenzo Milani a notevole  distanza dal suo tanto contestato pamphlet del 1967.

Alla luce di questi essenziali riferimenti storici, sociali, politici, possiamo osservare quanto segue.

I termini “ceto medio-alto” e “estrazione sociale medio-bassa” sono eufemismi che stanno per “classe sociale superiore” e “classe sociale inferiore”. Infatti “ceto” è sinonimo di “classe”. Anche “estrazione sociale” è sinonimo di “classe”.

Digitando in google la voce “classismo” si accede oggi direttamente alla polemica sul fenomeno dell’istituto scolastico romano chiamato in causa.

Sul piano psicologico le famiglie italiane tendono ad essere classiste.

Questa tendenza classista rispecchia una realtà di ordine sociologico. Se si vuole superarla, appare necessario che politica e scuola siano davvero in grado di allearsi per educare innanzitutto i genitori.

Un paragrafo dell’Udienza Generale tenuta il 20 maggio 2015 in Piazza San Pietro da Josè Maria Bergoglio, Papa della Chiesa Cattolica col nome di Papa Francesco, è dedicato all’educazione. Nel paragrafo citato si legge fra l’altro:

“Di fatto, si è aperta una frattura tra famiglia e società, tra famiglia e scuola”

E ancora: “Per esempio, nella scuola si sono intaccati i rapporti tra i genitori e gli insegnanti”.  Secondo il Papa, gli “esperti” hanno “occupato il ruolo dei genitori anche negli aspetti più intimi dell’educazione” e i genitori, “privati del loro ruolo … diventano spesso eccessivamente apprensivi e possessivi nei confronti dei loro figli, fino a non correggerli mai”.

Che siano stati davvero gli “esperti” a far sì che “nella scuola si sono intaccati i rapporti tra i genitori e gli insegnanti”. Davvero “si è aperta una frattura tra famiglia e società”?

Resta il fatto che c’è davvero “una frattura … tra famiglia e scuola”.

Si può ipotizzare che la società odierna sia tale da deresponsabilizzare  la famiglia, cosicché tutto il peso dell’educazione ricade sulla scuola.

In uno Stato democratico può la scuola assecondare la mentalità classista?

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    Sulla vicenda dell’Istituto Comprensivo di Roma è intervenuta anche l’on. Camilla Sgambato responsabile scuola del Partito Democratico definendola, se vera, “un fatto tanto grave quanto sconcertante”. L’on. Sgambato ha anche proposto che “per evitare che si ripetano episodi simili, purtroppo non rari, è anche necessario intervenire per modificare il #RAV (Rapporto di Autovalutazione), perché è uno strumento che, pur nascendo dalle buone intenzioni “di fornire una rappresentazione della scuola attraverso un’analisi del suo funzionamento e costituire inoltre la base per individuare le priorità di sviluppo verso cui orientare il piano di miglioramento”(MIUR), in realtà finisce per creare spesso competizioni tra scuole, con operazioni di marketing che non dovrebbero appartenere alla scuola democratica del disegno costituzionale e che noi vogliamo. “

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