Nel racconto autobiografico di Biagio Mario Dibilio, la sua vita per vivere la scuola. Gli studi, l’insegnamento, le classi difficili, il laboratorio di fisica, il Ministero e… un ritratto inedito del maestro Manzi.
Biagio Mario Dibilio la sua autobiografia, l’ha recentemente ultimata. Contiene quella prima parte della sua vita che il “bisogno intimo di leggere in sé stesso” l’ha portato a ricordare e a raccontare. Il risultato è una lettura di ineguagliabile piacevolezza, ricca dell’umanità e dei valori che la rendono tale. Ricca della intramontabile buona educazione. La sua è una narrazione che è storia di padri e figli, di affetti familiari e d’amicizia, di lavoro e di relazioni umane, di amore per la famiglia e per la sua terra del Sud. Ma è anche una storia della scuola che gode di un pregio molto particolare: è multiprospettica. È vista da scolaro, da liceale, da docente, da preside, da ispettore tecnico, da studioso. Osservatori per i quali l’autore è transitato, ed in posizioni di vetta!
Della autobiografia, d’accordo con l’autore, che si ringrazia, si riportano come passi antologici alcune esperienze. Solo alcune, delle tante che vi brillano, come accade in una miniera di gemme preziose.
L’inizio della carriera: docente incaricato nei licei di Alatri e Ferentino. In laboratorio con le ciocche di capelli delle alunne per vedere le linee di forza.
In un istituto tecnico di Roma: il calcolo del peso di una busta piena d’acqua lasciata cadere da un balcone.
Alla periferia di Roma, una classe difficile.
gli studenti che frequentavano l’Istituto erano cresciuti per la maggior parte in un ambiente piuttosto degradato per cui erano poco avvezzi alle buone maniere. I primi giorni di lezione con le nuove classi furono piuttosto difficili perché gli studenti non erano certo abituati ad ascoltare il loro insegnante. Soprattutto in una classe bastava girarsi per scrivere qualcosa alla lavagna e tra i banchi succedeva di tutto. […]Bisognava trovare al più presto una strategia per essere accettato dal gruppo classe e poter proseguire in maniera regolare con le lezioni. Negli anni passati avevo avuto occasione di leggere con interesse vari libri di pedagogia e di psicologia e mi venne in mente il cosiddetto sociogramma di Moreno, adatto per analizzare le interazioni tra gli allievi all’interno del gruppo classe. Oltre alle lezioni in aula erano previste attività sperimentali in laboratorio dove gli studenti erano suddivisi in piccoli gruppi di cinque o sei elementi. Per poter applicare il sociogramma di Moreno decisi di ricorrere ad una bugia, affermando che alcuni studenti mi avevano chiesto di poter cambiare gruppo di lavoro nell’attività di laboratorio. Perciò, per poter organizzare i nuovi gruppi dovevo chiedere ad ognuno con quali compagni desiderava lavorare. Ogni studente doveva rispondere in maniera riservata a quattro domande; soltanto io sarei stato a conoscenza delle risposte. Le domande erano le seguenti:
- scrivi i nomi di quattro compagni che vorresti avere nel tuo gruppo di lavoro;
- scrivi i nomi di quattro compagni che non vorresti avere nel tuo gruppo di lavoro;
- scrivi i nomi di quattro compagni che vorrebbero averti nel loro gruppo di lavoro;
- scrivi i nomi di quattro compagni che non vorrebbero averti nel loro gruppo di lavoro.
Analizzando le risposte e riportando il risultato in un grafico come nell’esempio in figura ho potuto scoprire chi era il capo indiscusso all’interno della classe peggiore. Era quello meglio vestito e che appariva più tranquillo rispetto agli altri; non avrei mai pensato a lui. Ora bisognava passare alla seconda fase: bisognava farselo amico. Nella figura, riportata come esempio, lo studente più richiesto è il numero 26, mentre nessuno desidera lavorare con il numero 6 che risulta isolato e respinto all’interno della classe. Da notare, in particolare, che il numero 6 vorrebbe stare insieme al numero 25 che invece lo rifiuta.
Considerata la lontananza dell’Istituto da casa, ero costretto ad utilizzare quasi sempre l’auto. Finita la lezione dell’ultima ora, quando anche gli studenti lasciavano la scuola, mi fermai in auto davanti all’Istituto per scoprire quale strada avrebbe percorso quello studente per tornare a casa. Individuata la strada, dopo qualche minuto mi avviai in quella direzione e, avendolo raggiunto, gli chiesi se, dovendo percorrere la stessa strada, gradiva un passaggio sulla mia auto. Abbiamo avuto così l’occasione di chiacchierare, percorrendo insieme altre volte un buon tratto di strada. L’atmosfera in classe cambiò in pochi giorni. All’inizio, quando mi giravo per scrivere alla lavagna, sentivo la sua voce che diceva a qualche compagno:
“Stai fermo e stai attento! Non vedi che sta spiegando!”.
Finalmente ero stato accettato dalle classi e per tutti i mesi seguenti l’attività didattica migliorava continuamente per cui ero soddisfatto dei risultati raggiunti. Purtroppo nello scrutinio di giugno alcuni studenti furono bocciati perché presentavano forti lacune in tutte le materie. Un giorno stavo aspettando l’autobus per tornare a casa. Mentre aspettavo alla fermata arrivò uno degli studenti bocciati che venne a salutarmi in maniera affettuosa. Saliti sull’autobus pretese con insistenza di pagarmi il biglietto dicendo: “A me non è mai piaciuto studiare. Mio padre mi ha costretto a frequentare la scuola mentre il mio sogno è stato sempre quello di lavorare in un bar. Ora lei mi ha bocciato e finalmente ho cominciato a fare il lavoro che tanto desideravo”.
L’amicizia con Alberto Manzi, maestro del primo figlio.
Alla fine della settimana noi genitori siamo andati in macchina per riportare a casa i figli e, poiché vi era una bella giornata di sole, decidemmo di passare alcune ore insieme facendo picnic sdraiati sull’erba. Grogh si sdraiò accanto a me e io mi appoggiai su di lui come si fa con un cuscino. Ad un certo punto si girò di scatto e si alzò, correndo poi verso un bambino che si stava avvicinando ad un canneto. Lo raggiunse e lo fece tornare indietro. Il canneto sorgeva sopra un acquitrino e Grogh aveva percepito che il bambino poteva essere in pericolo. In quel periodo nella scuola si avevano spesso modifiche nella normativa. Una di queste riguardava la valutazione degli alunni nella scuola primaria. Alla fine dell’anno l’insegnante doveva scrivere un giudizio su ognuno dei propri alunni anche riguardo alle capacità d’apprendimento. Manzi si rifiutò di scrivere i giudizi ritenendo non corretto che ogni alunno avesse un giudizio scritto mentre si trovava in un periodo di crescita, con una continua evoluzione delle sue capacità intellettive. La direttrice della scuola, maestra Erba, dovendo far rispettare le disposizioni ministeriali gli comminò una sanzione disciplinare, ma Manzi fu irremovibile e come ulteriore sanzione disciplinare ebbe sei mesi senza stipendio.
Una mattina lo incontrai a piazza Bologna a passeggio con Grogh.
Gli chiesi notizie riguardo alla sua sanzione disciplinare e lui mi rispose: “Io mi chiamo Manzi, la direttrice si chiama Erba, e da quando il mondo è mondo i manzi l’erba se la mangiano”. Dimostra la differenza tra la realtà e la burocrazia il fatto che mentre Manzi era soggetto alla sanzione disciplinare ebbe l’incarico di partecipare per l’Italia ad un incontro di rappresentanti europei sulla didattica nella scuola elementare.
Successivamente, poiché bisognava scegliere i nuovi rappresentanti per il rinnovo del CNPI (Consiglio Nazionale della Pubblica Istruzione), un sindacalista, sapendo che io ero amico di Manzi, mi telefonò a casa chiedendomi di contattarlo per sapere se lui era disponibile a candidarsi perché in caso affermativo il sindacato lo avrebbe votato. Manzi si dichiarò disponibile e così divenne anche membro del CNPI. Al Ministero cercarono di convincerlo a scrivere le valutazioni sugli alunni come previsto dalla normativa. Però, lui si mostrò irremovibile e propose in alternativa di poter scrivere per tutti gli alunni la stessa valutazione utilizzando un timbro con il seguente giudizio:
“Fa quel che può, quel che non può non fa”.
La valutazione con il timbro non fu accettata e lui rispose: «Non c’è problema, posso scriverla anche a penna». Andato in pensione, fu eletto sindaco di Pitigliano, in provincia di Grosseto, dove morì nel 1997, a 73 anni, per un tumore al pancreas.


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