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Una vita per vivere la scuola

Nel racconto autobiografico di Biagio Mario Dibilio, la sua vita per vivere la scuola. Gli studi, l’insegnamento,  le classi difficili, il laboratorio di fisica, il Ministero e… un ritratto inedito del maestro Manzi.

Biagio Mario Dibilio in un convegno (1995)

Biagio Mario Dibilio la sua autobiografia, l’ha recentemente ultimata. Contiene quella prima parte della sua vita che il “bisogno intimo di leggere in sé stesso” l’ha portato a ricordare e a raccontare. Il risultato è una lettura di ineguagliabile piacevolezza, ricca dell’umanità e dei valori che la rendono tale. Ricca della intramontabile buona  educazione. La sua è una narrazione che è storia di padri e figli, di affetti familiari e d’amicizia, di lavoro e di relazioni umane, di amore per la famiglia e per la sua terra del Sud. Ma è anche una storia della scuola che gode di un pregio molto particolare: è multiprospettica.  È vista da scolaro, da liceale, da docente, da preside, da ispettore tecnico, da studioso. Osservatori per i quali l’autore è transitato, ed in posizioni di vetta!

Della autobiografia, d’accordo con l’autore, che si ringrazia, si riportano come passi antologici alcune esperienze. Solo alcune, delle tante che vi brillano, come accade in una miniera di gemme preziose.

L’inizio della carriera: docente incaricato nei licei di Alatri e Ferentino. In laboratorio con le ciocche di capelli delle alunne per vedere le linee di forza.

Nel Liceo “Conti Gentili” di Alatri vi era un interessante laboratorio di fisica con vecchie apparecchiature che non erano usate da anni perché i docenti che mi avevano preceduto erano tutti laureati in matematica. Anche il preside Sarandrea era laureato in matematica, ma era molto incuriosito dagli esperimenti di fisica per cui lasciava a mia disposizione il laboratorio anche nelle ore pomeridiane, con la raccomandazione di chiamarlo nel suo ufficio tutte le volte che avevo pronto un esperimento. Una mattina avevo in programma di preparare un esperimento per rendere visibili le linee di forza di un campo elettrico. Come materiale facile da utilizzare ho pensato ai capelli che, tagliuzzati e poi elettrizzati si sarebbero dovuti disporre lungo le linee di forza sopra una superficie trasparente, rendendo visibile il campo elettrico proiettato sopra uno schermo. Il preside, informato della procedura, si mise immediatamente all’opera entrando nelle classi femminili e chiedendo di poter tagliare una piccola ciocca di capelli alle ragazze che avevano lavato i capelli da poco. Tornò in laboratorio con una busta piena di capelli e volle vedere con entusiasmo il risultato dell’esperimento prima di far entrare le varie classi in laboratorio.

In un istituto tecnico di Roma: il calcolo del peso di una busta piena d’acqua lasciata cadere da un balcone.

Dibilio, ufficiale di artiglieria, con i suoi soldati a Modena (1964)

[…]Un altro episodio che dimostra come una forte esperienza possa modificare profondamente l’interesse di un giovane verso lo studio e la sua vita in generale. Una delle classi nelle quali insegnavo occupava un’aula al terzo piano dell’edificio. Questo era stato costruito per appartamenti da abitare ed era stato poi adattato ad istituto scolastico. Per questo motivo le stanze al terzo piano avevano un piccolo balcone invece di avere una finestra, certamente più adatta per un’aula scolastica. Una mattina, entrato in quest’aula per la mia ora di lezione trovai il preside che rimproverava aspramente i ragazzi. Lui mi raccontò che durante il cambio degli insegnanti era stata lanciata dal balcone una busta di plastica piena d’acqua che, cadendo nella strada, aveva bagnato una signora e la sua bambina che stavano passando in quel momento. La signora si era fatta ricevere in presidenza per protestare. Invitai il preside a ritornare nel suo ufficio perché mi sarei impegnato io a scoprire il colpevole di quell’atto stupido e pericoloso. Rimasto solo con la mia classe dissi: “Non voglio chiedervi chi è stato a compiere quest’azione piuttosto pericolosa. Però, poiché stiamo studiando una parte della fisica che ci può aiutare a comprenderne la pericolosità, venga qualcuno alla lavagna per calcolare tutti insieme con quale forza la busta avrebbe colpito la bambina, se le fosse caduta in testa”. Diversi alunni si prestarono come volontari alzando un braccio e io scelsi quello più vicino alla lavagna. Chiesi agli alunni di valutare i dati necessari per impostare il problema: quanto era pesante, secondo loro, la busta piena d’acqua? quanto era alto il balcone rispetto alla strada, trovandoci noi al terzo piano? quanto è durato l’impatto della busta sull’asfalto nel momento in cui ha toccato terra? Raccolti i dati, dopo un breve dibattito e risolto il problema alla lavagna, si ebbe come risultato che, se la busta fosse caduta sulla bambina, questa avrebbe avuto sulla testa una botta di circa cinquanta chili. Ci fu per qualche minuto silenzio in aula. Poi un ragazzo alzò un braccio e disse: “Sono stato io!”. Poiché questo ragazzo era uno di quelli meno studiosi gli risposi: “Vedi cosa può succedere quando non si conosce almeno un po’ di fisica!”. Di questo ragazzo conoscevo la madre perché veniva a scuola quando vi era il ricevimento dei genitori. Aveva sempre le lacrime agli occhi perché era molto preoccupata per il figlio. Diceva che suo marito era un appassionato di calcio e che padre e figlio parlavano soltanto di calcio. Il figlio, invece di studiare, da grande voleva fare il calciatore. Durante tutto l’anno scolastico cercai di seguire in maniera particolare questo ragazzo chiedendo spesso il suo parere durante le spiegazioni e stimolandolo con domande durante i dibattiti in classe. Alla fine dell’anno aveva fatto enormi progressi e prima dello scrutinio gli dissi in maniera riservata: “Sei stato veramente bravo e dovrei promuoverti con la sufficienza. Però, da te non voglio il sei, da te voglio un otto o almeno un sette. Ci rivedremo perciò nell’esame di settembre.” A settembre ebbe come valutazione un sette pienamente meritato, ma la cosa più interessante da ricordare è che nell’anno successivo divenne uno degli alunni più studiosi e preparati.

Alla periferia di Roma, una classe difficile.

[…] gli studenti che frequentavano l’Istituto erano cresciuti per la maggior parte in un ambiente piuttosto degradato per cui erano poco avvezzi alle buone maniere. I primi giorni di lezione con le nuove classi furono piuttosto difficili perché gli studenti non erano certo abituati ad ascoltare il loro insegnante. Soprattutto in una classe bastava girarsi per scrivere qualcosa alla lavagna e tra i banchi succedeva di tutto. […]Bisognava trovare al più presto una strategia per essere accettato dal gruppo classe e poter proseguire in maniera regolare con le lezioni. Negli anni passati avevo avuto occasione di leggere con interesse vari libri di pedagogia e di psicologia e mi venne in mente il cosiddetto sociogramma di Moreno, adatto per analizzare le interazioni tra gli allievi all’interno del gruppo classe. Oltre alle lezioni in aula erano previste attività sperimentali in laboratorio dove gli studenti erano suddivisi in piccoli gruppi di cinque o sei elementi. Per poter applicare il sociogramma di Moreno decisi di ricorrere ad una bugia, affermando che alcuni studenti mi avevano chiesto di poter cambiare gruppo di lavoro nell’attività di laboratorio. Perciò, per poter organizzare i nuovi gruppi dovevo chiedere ad ognuno con quali compagni desiderava lavorare. Ogni studente doveva rispondere in maniera riservata a quattro domande; soltanto io sarei stato a conoscenza delle risposte. Le domande erano le seguenti:

  1. scrivi i nomi di quattro compagni che vorresti avere nel tuo gruppo di lavoro;
  2. scrivi i nomi di quattro compagni che non vorresti avere nel tuo gruppo di lavoro;
  3. scrivi i nomi di quattro compagni che vorrebbero averti nel loro gruppo di lavoro;
  4. scrivi i nomi di quattro compagni che non vorrebbero averti nel loro gruppo di lavoro.

Analizzando le risposte e riportando il risultato in un grafico come nell’esempio in figura ho potuto scoprire chi era il capo indiscusso all’interno della classe peggiore. Era quello meglio vestito e che appariva più tranquillo rispetto agli altri; non avrei mai pensato a lui. Ora bisognava passare alla seconda fase: bisognava farselo amico. Nella figura, riportata come esempio, lo studente più richiesto è il numero 26, mentre nessuno desidera lavorare con il numero 6 che risulta isolato e respinto all’interno della classe. Da notare, in particolare, che il numero 6 vorrebbe stare insieme al numero 25 che invece lo rifiuta.

Considerata la lontananza dell’Istituto da casa, ero costretto ad utilizzare quasi sempre l’auto. Finita la lezione dell’ultima ora, quando anche gli studenti lasciavano la scuola, mi fermai in auto davanti all’Istituto per scoprire quale strada avrebbe percorso quello studente per tornare a casa. Individuata la strada, dopo qualche minuto mi avviai in quella direzione e, avendolo raggiunto, gli chiesi se, dovendo percorrere la stessa strada, gradiva un passaggio sulla mia auto. Abbiamo avuto così l’occasione di chiacchierare, percorrendo insieme altre volte un buon tratto di strada. L’atmosfera in classe cambiò in pochi giorni. All’inizio, quando mi giravo per scrivere alla lavagna, sentivo la sua voce che diceva a qualche compagno:

“Stai fermo e stai attento! Non vedi che sta spiegando!”.

Finalmente ero stato accettato dalle classi e per tutti i mesi seguenti l’attività didattica migliorava continuamente per cui ero soddisfatto dei risultati raggiunti. Purtroppo nello scrutinio di giugno alcuni studenti furono bocciati perché presentavano forti lacune in tutte le materie. Un giorno stavo aspettando l’autobus per tornare a casa. Mentre aspettavo alla fermata arrivò uno degli studenti bocciati che venne a salutarmi in maniera affettuosa. Saliti sull’autobus pretese con insistenza di pagarmi il biglietto dicendo: “A me non è mai piaciuto studiare. Mio padre mi ha costretto a frequentare la scuola mentre il mio sogno è stato sempre quello di lavorare in un bar. Ora lei mi ha bocciato e finalmente ho cominciato a fare il lavoro che tanto desideravo”.

L’amicizia con Alberto Manzi, maestro del primo figlio.

Fatta l’iscrizione, dopo una decina di giorni tutti i genitori fummo convocati nella scuola “Fratelli Bandiera”, nei pressi di piazza Bologna, perché il maestro Manzi desiderava conoscerci. Lui c’informò sul suo metodo d’insegnamento e ci chiese di darci tutti quanti del “tu” perché i bambini dovevano sentirsi a scuola come in una grande famiglia. In classe i bambini erano liberi di esprimersi senza particolari vincoli disciplinari ma, ogni sabato, Manzi li portava in piscina dove vi erano rigide regole nel comportamento. In questo modo gli alunni avevano la possibilità di sviluppare le proprie capacità senza particolari vincoli, ma imparavano anche che in situazioni diverse bisognava rispettare le regole per la sicurezza propria e degli altri. Manzi era anche zoologo e collaborava per la gestione degli animali nel giardino zoologico di Roma. Essendo nati tre cuccioli di lupo, lui e due suoi collaboratori decisero di provare a farli crescere in cattività portandoli nelle proprie case. Crescendo, due piccoli lupi furono liberati nel parco nazionale dell’Abruzzo, soltanto Manzi decise di continuare a tenere il suo lupo a cui diede il nome di “Grogh”, rifacendosi ad un romanzo per ragazzi che aveva scritto nel 1948 sulla vita di un castoro. Tra Manzi e Grogh si era creato un forte legame, tanto che, non sentendosi più tranquilla sua moglie per avere un lupo in casa, lui decise di affittare un piccolo appartamento in via Livorno dove andò a vivere con il suo lupo. Poiché anche io amo molto gli animali, tra Manzi e me si era creato un simpatico rapporto di amicizia e Grogh mi si era molto affezionato. …. Grogh era molto attento alla sicurezza dei bambini. Nell’ultimo anno di scuola tutta la classe si trasferì a Capalbio, nella maremma toscana, per studiare gli uccelli migratori, dormendo di notte nelle tende. Alla fine della settimana noi genitori siamo andati in macchina per riportare a casa i figli e, poiché vi era una bella giornata di sole, decidemmo di passare alcune ore insieme facendo picnic sdraiati sull’erba. Grogh si sdraiò accanto a me e io mi appoggiai su di lui come si fa con un cuscino. Ad un certo punto si girò di scatto e si alzò, correndo poi verso un bambino che si stava avvicinando ad un canneto. Lo raggiunse e lo fece tornare indietro. Il canneto sorgeva sopra un acquitrino e Grogh aveva percepito che il bambino poteva essere in pericolo. In quel periodo nella scuola si avevano spesso modifiche nella normativa. Una di queste riguardava la valutazione degli alunni nella scuola primaria. Alla fine dell’anno l’insegnante doveva scrivere un giudizio su ognuno dei propri alunni anche riguardo alle capacità d’apprendimento. Manzi si rifiutò di scrivere i giudizi ritenendo non corretto che ogni alunno avesse un giudizio scritto mentre si trovava in un periodo di crescita, con una continua evoluzione delle sue capacità intellettive. La direttrice della scuola, maestra Erba, dovendo far rispettare le disposizioni ministeriali gli comminò una sanzione disciplinare, ma Manzi fu irremovibile e come ulteriore sanzione disciplinare ebbe sei mesi senza stipendio.

Una mattina lo incontrai a piazza Bologna a passeggio con Grogh.

Gli chiesi notizie riguardo alla sua sanzione disciplinare e lui mi rispose: “Io mi chiamo Manzi, la direttrice si chiama Erba, e da quando il mondo è mondo i manzi l’erba se la mangiano”. Dimostra la differenza tra la realtà e la burocrazia il fatto che mentre Manzi era soggetto alla sanzione disciplinare ebbe l’incarico di partecipare per l’Italia ad un incontro di rappresentanti europei sulla didattica nella scuola elementare.

Successivamente, poiché bisognava scegliere i nuovi rappresentanti per il rinnovo del CNPI (Consiglio Nazionale della Pubblica Istruzione), un sindacalista, sapendo che io ero amico di Manzi, mi telefonò a casa chiedendomi di contattarlo per sapere se lui era disponibile a candidarsi perché in caso affermativo il sindacato lo avrebbe votato. Manzi si dichiarò disponibile e così divenne anche membro del CNPI. Al Ministero cercarono di convincerlo a scrivere le valutazioni sugli alunni come previsto dalla normativa. Però, lui si mostrò irremovibile e propose in alternativa di poter scrivere per tutti gli alunni la stessa valutazione utilizzando un timbro con il seguente giudizio:

“Fa quel che può, quel che non può non fa”.

La valutazione con il timbro non fu accettata e lui rispose: «Non c’è problema, posso scriverla anche a penna». Andato in pensione, fu eletto sindaco di Pitigliano, in provincia di Grosseto, dove morì nel 1997, a 73 anni, per un tumore al pancreas.

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