Un richiamo alla responsabilità etica e politica degli adulti di fronte ai giovani. La scuola, la guerra, la matematica, l’armonia morale: i potenti bocciati all’esame di maturità
“Il compito di chi scrive per i giovani
è di prepararli a passare l’esame
che la vita riserva a ogni generazione.
Ma chi esamina chi?”- Italo Calvino
Recentemente Umberto Galimberti, esponente della psichiatria fenomenologica, ha sostenuto che l’esame conclusivo dei corsi di studio dell’istruzione secondaria superiore non dovrebbe essere denominato esame di Stato, ma esame di Maturità. Secondo la sua argomentazione, infatti, il significato di esame di Stato riguarda semplicemente ed esclusivamente l’istruzione, mentre il significato di esame di Maturità risulta ben più completo e pregnante, in quanto rinvia alla crescita globale dei giovani. La loro formazione comprende un’assunzione di responsabilità nei confronti del mondo adulto. Essi devono essere esaminati non solo per verificare la maggiore o minore padronanza acquisita nelle discipline curricolari, ma anche per acquisire elementi di valutazione della loro personalità. In questa visione l’esame di Maturità si configura come rito di passaggio o iniziazione alla società intesa come realtà anche politica.
Ciò presuppone che i giovani, una volta superato un esame del genere, siano chiamati a fare parte integrante delle dinamiche sociali, essendo cittadini e in quanto tali tenuti a rispettare o contestare le politiche messe in opera dall’apparato governativo. Questa concezione si rivela unidirezionale, giacché normalmente non contempla forme di controllo e reprimenda nei confronti di chi si trovi ad esercitare irresponsabilmente un potere. Interpellata in proposito, l’Intelligenza Artificiale ha interpretato così il pensiero dello scrivente, ricorrendo alla forma interrogativa:
“Perché chiediamo responsabilità ai giovani quando troppo spesso gli adulti che governano il mondo agiscono come se non avessero mai superato quel banco d’esame?”
L’espressione “banco d’esame” richiama alla mente il “banco degli imputati”. In effetti, non dovrebbe essere messa in dubbio l’imputabilità di chi esercita il mercato di armi tremendamente distruttive e di chi se ne serve per muovere guerre di aggressione destinate a nuove conquiste territoriali a danno di altri popoli, senza curarsi delle perdite di vita umane e dei crimini di guerra commessi durante le operazioni militari. In una di queste guerre si è giunti perfino a ostacolare gli aiuti umanitari alla popolazione civile, fino a impedirli.
Tante sono le immagini di indicibile sofferenza dei civili.
Una per tutte: l’immagine televisiva di un bambino che, sopravvissuto alla distruzione, stremato dalla fame, destinato a morire d’inedia, presenta al mondo la sua straziante protesta, mangiando sabbia in luogo del pane che manca alla sua gente. Dramma che dovrebbe restare indelebilmente nella memoria come fonte di indignazione, eppure rischia di essere presto rimosso dalla coscienza di quanti con indifferenza godono dei piaceri della società opulenta.
Anche volendo mettere fra parentesi le violazioni del diritto internazionale, le pagelle etiche dei potenti irresponsabili sono dense di gravissime insufficienze e, quel che è peggio, per loro sembra essere ormai impossibile il recupero. L’Intelligenza Artificiale, messa di fronte a questa situazione, ha formulato il seguente giudizio:
“Forse dovremmo ribaltare la logica: non chiedere ai giovani se sono pronti per il mondo, ma chiedere al mondo se è pronto per loro.”
Il mondo non è pronto per i giovani.
E nemmeno la scuola si rivela pronta per i suoi studenti, se la realtà contemporanea non trova posto nei programmi, perché si correrebbe il rischio di affrontare il problema dell’immaturità di certi governanti. Come si suol dire, “a scuola non si fa politica”. Ebbene, se a scuola non si fa politica, nel senso che è preclusa ogni discussione sull’immoralità di potenti dediti ad esercitare disumanamente il potere ed è in vigore il divieto di nominarli, la tanto decantata educazione civica finisce col rivelarsi edulcorata, perché compromessa da una forma di paternalismo. Il civismo, invece, esige non l’unidirezionalità, ma la reciprocità dell’esame.
Per garantire questo transito bidirezionale, occorre il supporto di autorità credibili, come il Presidente della Repubblica Italiana Sergio Mattarella o come Papa Francesco e il nuovo Papa Leone: i discorsi sulla scuola del nostro Capo dello Stato e dei Sommi Pontefici della Chiesa cattolica possono essere antidoti contro la dispersione dei valori. Una dispersione che la pedagogia da sola non è in grado di contrastare: c’è bisogno anche di una filosofia dell’educazione integrata con l’apporto delle scienze naturali e umane. In tal modo si potrebbe giungere a contemplare dall’alto, come Dante Alighieri, ma senza Beatrice, “l’aiuola che ci fa tanto feroci”, avvertendo un misto di indignazione e sofferenza per una belluinità che supera quella degli animali subumani e deturpa il pianeta. “I’ vo gridando: pace, pace, pace”: il grido di Francesco Petrarca potrebbe risuonare sempre più forte nelle coscienze non solo degli adolescenti, ma anche e soprattutto degli adulti.
Nel programma di studi per i potenti dovrebbero essere inseriti autori che con i loro scritti possano avallare il senso della necessità di ripudiare la guerra, fra i quali Erasmo da Rotterdam e Baruch Spinoza, ricordatici dal filosofo Michele Ciliberto, e soprattutto Immanuel Kant col suo contributo Per una pace perpetua. Progetto filosofico.
Però la centralità della filosofia non basta e bisogna ricorrere al supporto di altre discipline.
Ci chiediamo se una disciplina possa avere una potenzialità formativa in grado di anteporla alle altre. Una risposta autorevole l’ha data Platone, che l’ha indicata nella matematica. Si veda il seguente passo tratto dal dialogo Repubblica, Libro VII, 525c–d, nella traduzione di Mario Vegetti:
«Allora», dissi io, «chi ha natura aritmetica è necessariamente pronto a imparare rapidamente ogni altra disciplina; viceversa, chi non sa contare né distinguere il numero, come potrà mai capire qualcosa di qualsiasi altra scienza?» […] «Proprio così», disse.
«Bene», conclusi, «noi stabiliremo questa materia [l’aritmetica] tra quelle che devono essere insegnate ai giovani.»
In un contesto storico dominato dal particolare realismo politico di allora e finora di sempre, Platone riconosce purtroppo una connessione fra matematica e guerra:
«Eppure, non è sufficiente quella [l’aritmetica] che oggi viene insegnata dagli artefici di questi studi.»
«A quale ti riferisci?»
«Quella che serve nei confronti della guerra, e come seconda finalità per indurre l’anima a elevarsi al di sopra del mondo sensibile, fino all’essere puro.»
È questa seconda finalità che deve essere ritenuta preminente:
«Ma quelli che la coltivano in modo corretto la usano invece per indagare il bello e il bene.»
«Giustissimo», convenne.
«Pertanto», proseguii, «non permetteremo mai a un uomo ignorante di geometria di accedere alle cariche pubbliche; essa richiede davvero molta applicazione, tanto che coloro che la praticano debbono essere già avviati negli studi e non apprenderla superficialmente.»
Platone deve alla tradizione soltanto orale del pensiero pitagorico la concezione della matematica come disciplina che eleva l’anima umana all’armonia cosmica e la predispone alla virtù. A dispetto del dissenso di Aristotele, che non riconosceva un rapporto fra il numero e l’etica, la visione pitagorica ha avuto nel tempo i suoi seguaci. Fra coloro che dopo Platone hanno supplito alla mancanza di scritti pitagorici originali e contribuito a mantenere vivo il dibattito sul pitagorismo, possiamo menzionare Giamblico, autore di Vita di Pitagora e Sulla scienza matematica pitagorica.
Sorvolando per ora sulla fortuna di Pitagora nell’andamento storico della cultura occidentale, possiamo ricordare gli sviluppi della matematica alla base della moderna teoria computazionale della mente con le connesse questioni etiche. Com’è noto, questa teoria concerne il funzionamento mentale a livello cerebrale studiato in base ad algoritmi. È aperto e fervente il dibattito sulla possibilità di elaborare algoritmi equi. Nonostante l’accentuarsi di una corrente teorica che riprende lo scetticismo aristotelico sul rapporto fra matematica ed etica, è da ritenere che non si possa rinunciare alla proposta platonica di ammettere alle cariche pubbliche soltanto chi sia formato matematicamente.
La difesa del platonismo matematico, antitetica agli indirizzi formalistico, intuizionistico, nominalistico, trova un suo autorevole esponente in Kurt Gödel. Ecco un aspetto rilevante del pensiero dell’insigne matematico ai fini del presente discorso:
“In realtà sarebbe facile produrre un’etica rigorosa, o almeno non sarebbe più difficile che affrontare altri problemi scientifici basilari.”
Ritornando ai classici greci, è il caso di ricordare Plutarco, che nei suoi Consigli per i politici affronta fra l’altro il problema, quanto mai attuale, Se un vecchio debba fare politica, in cui si legge fra l’altro:
“Se i musicisti non si curassero di ascoltare gli accordi, i geometri di esaminare punto per punto i loro progetti, i matematici di eseguire con cura i loro calcoli, finirebbero col perdere non solo il lavoro ma anche la capacità professionale: a nulla vale infatti la teoria senza la pratica. Ma al politico, per il suo abito mentale, serve assennatezza, riflessione, senso della giustizia e un’esperienza capace di afferrare il nocciolo di ogni questione e di ogni discorso, che poi è una forza generatrice di persuasione, che si mantiene col dire, con l’operare, col pensare e col fare sempre qualcosa di giusto. Sarebbe davvero grave per un politico volger le spalle a queste cose, lasciar cadere dall’anima tali e tante virtù, perché è ovvio che insieme ad esse svaniscono anche l’amore per gli altri, il senso della collettività e della gratitudine, sentimenti che non devono avere mai limiti o fine.”
Plutarco sostiene che “non c’è nulla che possa impedire ai vecchi di giovare alla comunità con quelle che sono le loro doti migliori: la ragione, l’assennatezza, il parlare libero e schietto”.
Ebbene, oggi nel mondo sono al potere vecchi che praticano impunemente lo sterminio di esseri umani. Sottoponiamoli a un esame di maturità. Interroghiamoli sugli argomenti ai quali fin qui si è accennato. Poiché sicuramente mostreranno di non saperne alcunché, soprattutto per quanto riguarda la matematica e l’armonia morale che essa assicura o facilita, saranno bocciati. E con loro saranno bocciati tutti coloro che li giustifichino o non li condannino in nome di una scellerata Realpolitik:
“Termine con cui si designa, spesso polemicamente, una prassi politica che consideri il mantenimento e l’allargamento del potere come fini a sé stessi, e giustifichi l’uso della forza militare e della coercizione economica per conseguirli.”
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