La matematica che misura la sofferenza invece della verità é la scienza profanata dalle guerre, la custode tradita dell’umanità e della ragione.
Ubi faciunt solitudinem, pacem appellant
Publio Cornelio Tacito
La matematica è contraria alla distruzione. Si rivela in lei operante un principio di continuità, contrapposto alla tendenza a demolire piuttosto che ad edificare. C’è in lei qualcosa di divino, che le consente di sublimare il detto di Cecilio Stazio, secondo cui l’uomo è un dio per l’altro uomo, se sa qual è il suo dovere. A lei dobbiamo un suo specifico ausilio a coltivare l’etica in senso kantiano, contrapposta all’abiezione e alla lordura di governanti che uniscono in sé bramosia di potenza, narcisismo, stolidità, ferocia.
“Dove e quando hanno fatto un deserto, proclamano che questa è la pace”: può essere uno dei modi di interpretare liberamente questo detto pregnante, quasi intraducibile, diventato proverbiale, attribuito dallo storico latino Tacito a Calgaco, capo dei Caledoni scontratisi nel primo secolo dopo Cristo in Scozia con l’esercito romano di Gneo Giulio Agricola, governatore della Britannia. Galgaco vuol dire che l’imperialismo romano non sazia la sua brama di espansione finché non abbia distrutto completamente il nemico. Così Tacito attraverso le parole attribuite allo sconfitto ribadisce la superiorità in guerra della sua Roma.
Ai nostri giorni l’oltraggio rivive e giunge a investire anche la matematica. Il numero, che dovrebbe essere considerato sacro, viene profanato da una contabilità atroce, impegnata nel quantificare l’entità della sofferenza e della morte di esseri umani annichiliti nella noncuranza di tanti governi, che tollerano i crimini perpetrati da vili aggressori a danno di sventurati inermi. Nel frattempo, i mezzi di informazione rispecchiano una sorta di assuefazione ai massacri, reiterando denunce rituali e inconcludenti, quando non giungono addirittura a biasimare le proteste contro la disumanità delle guerre!
L’articolo “Se esiste la fame è per scelta della politica” del Presidente del Brasile Luiz Inácio Lula da Silva (la Repubblica, 13 ottobre 2025) è denso di dati numerici sulla distribuzione delle ricchezze nel mondo, sulle spese militari, sulle conseguenze delle guerre. Sul nostro pianeta i miliardari sono 3000 e le persone che soffrono la fame sono 673 milioni. Nell’arco del solo anno 2024 le spese militari delle nazioni più ricche hanno raggiunto i 2,7 trilioni di dollari. Sono le stesse nazioni che non hanno rispettato l’impegno a suo tempo assunto di investire una percentuale dello 0,7 del prodotto interno lordo a favore dei paesi sottosviluppati. Intanto i mercanti di armi prosperano. C’è chi mostra di adoperarsi a favore della pace, per blandire l’opinione pubblica, mentre favorisce l’industria degli armamenti, vendendoli celatamente a una potenza belligerante.
Il Presidente brasiliano per fortuna è in grado di esibire anche dati incoraggianti grazie all’azione del suo governo: 26,5 milioni di brasiliani liberati dalla fame, trasferimenti di reddito a beneficio di 20 milioni di famiglie con 8,5 milioni di bambini, fondi per l’alimentazione destinati a 40 milioni di studenti. C’è anche una ragioneria del bene ed è in questa che la matematica trova conforto. La matematica esulta per successi del genere, ma si rattrista e soffre ogni volta che l’uso dei suoi numeri documenta i delitti di belve in sembianze umane. Non sentiamo il dolore che prova nelle fibre delle sue cifre, quando queste esprimono lo strazio di genti esposte allo sterminio in territori devastati?
Si dirà che anche la ragioneria del male può avere la sua utilità, sensibilizzando e spronando chi custodisce ancora in sé i supremi valori etici ad adoperarsi contro il male; resta però il fatto che ogni inventario di danni materiali ed esistenziali procurati dalle guerre è un insulto a una scienza che onora l’ingegno umano per le sue potenzialità benefiche.
È questo il caso delle proporzioni che riguardano il calcolo dei danni prodotti e ricevuti da parti in conflitto. Si conta il numero delle vittime di un attacco terroristico e si definisce sproporzionata la reazione della parte offesa. Si dirà che un attacco terroristico merita certamente una risposta, sennonché questa dovrebbe essere indirizzata contro i terroristi, non contro i civili, altrimenti l’attacco diventa un pretesto per avviare un genocidio, benché ci sia chi nega che ciò avvenga. È comunque un clima in cui i numeri vengono anche usati per quantificare morti e sopravvissuti.
Nell’atmosfera cimiteriale si ergono individui megalomani, che si vantano di saper porre termine alle guerre. Lo fanno con ritardo. Aspettano che la colomba della pace abbia cominciato a volare sul deserto. Intanto il suo candore è esposto ancora alla minaccia di essere insanguinato e le sue ali rischiano ancora di non sorreggerla più in volo.
C’è chi cerca di contrapporsi all’oltraggio. Giorgio Gallo ha attribuito al pensiero matematico la capacità di costruire modelli mentali della realtà e di favorire la nonviolenza, ricordando fra l’altro matematici pacifisti come Lewis F. Richardson, autore di Mathematical Psychology of War, che in questo saggio introdusse una apologia dell’uso pacifico della matematica e cercò di misurare mediante equazioni differenziali “l’animosità bellica” di due paesi nemici.
Roberto Tortora si è espresso sul rapporto fra la matematica e la pace, proponendo tre ragioni per ritenerlo sussistente: la matematica è un linguaggio universale che in quanto tale è in grado di affratellare gli esseri umani; la matematica impegna chi la coltiva alla ricerca della precisione anche nel campo linguistico e può concorrere a evitare fraintendimenti e incomprensioni; la matematica con la sua idea di “funzione reale di variabile reale” abitua a riconoscere “legami fra cose diverse che variano insieme”, quindi ad evitare di esprimere “giudizi netti su fatti singoli”. Così rigore e variazione si congiungono e aiutano alla reciproca comprensione.
Invano il nostro Ennio De Giorgi invocò a suo tempo il rispetto dei diritti umani. Frattanto piovono bombe sui luoghi di ricerca. Un Congresso Internazionale dei Matematici programmato per essere tenuto in Russia non si tenne in presenza per protesta. Dal canto loro matematici russi hanno ricordato a un dittatore di fatto che la guerra impedisce la collaborazione con matematici ucraini. Come osserva Louis Couturat, la matematica è una lingua universale. Le vite dei matematici sono un esempio di cooperazione sull’intero pianeta. Le guerre danneggiano le imprese della scienza matematica, che esige un contesto internazionale di pace.
Il matematico palestinese Munir Fasheh a proposito dell’insegnamento della matematica si è espresso così:
“Uno dei principali obiettivi dell’insegnamento della matematica dovrebbe essere di far capire che ci sono differenti punti di vista e di far rispettare il diritto di ciascun individuo a costruire la propria comprensione della realtà. La matematica non è un insieme di verità universali, ma è una costruzione culturale e storica che deve essere messa in discussione e reinterpretata da ogni individuo.”
La matematica si incarna anche in giovani che vengono stroncati, mentre vorrebbero accompagnarla nel futuro. Muore con loro. L’Unione Matematica Ucraina informa della sorte di Konstantin Olmezov, studente ucraino di matematica, suicidatosi in nome della libertà dopo essere stato arrestato in Russia. La studentessa ucraina di matematica Yulia Zdanovskaya è stata uccisa a Kharkiv durante un attacco aereo. Questi morti come tanti altri non potranno dare il loro contributo alla matematica da loro amata. La matematica risorge come il figlio di Dio, ma loro non risorgeranno.
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