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Cari professori è vero che così non va?

Ancora sulla lettera pubblicata dall’Espresso con le accuse ai docenti di poca professionalità e di essere correi del disfacimento della scuola.

Caro L’Espresso, siamo sicuri che la lettera sia di uno studente del Tasso?

Se è così, c’è ben poco da accusare. Tutt’altro! Lo studente dovrebbe essere contento di quello che la scuola gli ha dato, anche se bisogna mettere in conto che ciò gli apparirà chiaro in seguito, come è sempre avvenuto. Dall’altra parte, anche i professori possono ritenersi soddisfatti. La lettera è scritta così bene per contenuto e forma  da gratificarli del lavoro svolto! Il giovane autore ha fatto tesoro degli studi compiuti a scuola, tanto da maturare l’abilità di trovarvi finanche un modello letterario cui ispirarsi per esprimere al meglio quanto è nei suoi pensieri. Il modello, lo studente l’ha ben scelto e seguito, come ha messo in luce Biagio Scognamiglio, che di scuola, professori e studenti  ha una certa conoscenza dall’epoca in cui era docente di italiano nei licei. Si può osservare, semmai, che il nostro mittente, nello scorporare l’impianto retorico dalla memorabile requisitoria di Émile Zola contro gli accusatori di Alfred Dreyfus, si è cimentato con un testo straordinariamente drammatico, proponendosi di portare la scuola nel tribunale della coscienza.

A parte però questi iniziali giudizi, sintetici e sommari, il contenuto della lettera qualche riflessione più specifica e particolareggiata la sollecita fortemente. Anche perché quel “poco” che c’è, di accuse reali, ha un peso rilevantissimo.

Basta rileggere il puntuale quanto efficace J’accuse:

«Accuso molti professori di avere come unica preoccupazione il completamento dei programmi e l’acquisizione di voti, di non avere considerazione delle attività pomeridiane dei ragazzi, di non trattare i propri studenti tutti allo stesso modo, di non fare uso dell’intera scala di valutazione, di creare un clima di tensione nelle classi, di non essere adatti a comprendere gli interessi e le necessità delle nuove generazioni. Infine, accuso molti professori di aver perso di vista il fine ultimo del loro mestiere, di aver dimenticato l’enorme potere sociale che tengono tra le mani e di aver permesso il disfacimento dell’istituzione di cui sono i maggiori rappresentanti.»

Accuse pesantissime, tali da esigere un correttivo.

Indipendentemente da quanto si è appreso, denunciano il come si è appreso. Denunciano specifiche colpe dei docenti, o almeno di molti di loro, per un modo di essere poco professionale e per essere correi del disfacimento della scuola.

Denunce, quindi, che non possono essere lette senza far riflettere seriamente e collettivamente nelle aule scolastiche e in seno ai collegi dei docenti. I docenti ne dovrebbero discutere, perché tra le troppe cose che si dicono sulla scuola, da parte dei molti, mancano proprio quelle particolarmente degne di attenzione: le voci degli studenti o presunte tali. Ne dovrebbero parlare, anche perché qualche correttivo è lo stesso studente a proporlo. Il primo dei correttivi: la necessità di “ridimensionare l’importanza dell’aspetto valutativo”. E che questa sia una necessità reale, lo si può negare? Decisamente no! Atteso che il valutare è divenuto anche un carico burocratico dal risvolto giuridico quale tutela all’aumentato contenzioso con i genitori.

Composizione di Mariangela Cacace

Al riguardo, comunque, attingere dalla storia non guasta.

Non molti anni fa, essendo ministra Letizia Moratti, il Ministero dettò un decalogo pedagogico. Al primo punto: la scuola non sia più solamente luogo dell’insegnamento, ma sia soprattutto luogo dell’apprendimento. Il comandamento morattiano voleva richiamare i docenti a prestare attenzione, non solo al cosa e come insegnare ma anche, e in egual misura, ai risultati di apprendimento realizzati e alla loro valutazione.

Si voleva un giusto equilibrio.

Negli anni a seguire, d’insegnamento si è parlato sempre meno, e si è finito per parlare solo di valutazione. Valutazione del merito e certificazione delle conoscenze e competenze conseguite. Il concetto e la pratica della certificazione hanno monopolizzato ogni ambito del discorso dell’istruzione e della formazione, fino a istituire quella brutta pratica da mercato dei titoli richiesti agli aspiranti docenti. Per gli esami di Stato, poi, la legge vigente prevede l’obbrobriosa prescrizione delle prove Invalsi quale requisito ineliminabile per sostenerli, al solo fine di avvalorarne la certificazione. Questa norma, è solo “grazie” al Covid se la scuola non ha ancora vissuto la vergogna di vederla applicata.

Un secondo correttivo, che è poi quello che indurrebbe a dubitare un po’ dello studente come autore tout court, riguarda proprio gli esami di maturità:

«Non è continuando a modificare l’Esame di maturità che saranno risolti i problemi che affliggono la scuola; esame che tra l’altro andrebbe definitivamente ripensato, dal momento che costringe i ragazzi, durante mesi di cui avrebbero bisogno per prepararsi ai test universitari o iniziare la ricerca di un lavoro, a ripassare argomenti già studiati per ottenere un diploma che dovrebbe essere già stato certificato dall’ultimo scrutinio.»

Più che correttivo, è la piena e esatta conferma dell’avvenuto disfacimento della scuola.

È la parte amara della lettera. La parte che rivela l’idea della scuola e degli esami di Stato maturata dallo studente. Insomma l’esame di maturità non serve a niente ed è una perdita di tempo. Tempo che più utilmente può essere impiegato per prepararsi ai test di accesso ai corsi universitari o a quelli richiesti dal mondo del lavoro. Coercizione che si può immaginare subita obtorto collo. Eppure innegabile: questo il convincimento che ha conquistato sempre più l’opinione pubblica maturando pian piano nelle coscienze senza opposizioni significative.

Si cercò con la legge 1/2007 di dare un valore all’esame impegnando l’università a riconoscere un bonus a chi avesse studiato e meritato. Non fu possibile! L’università preferì continuare con i suoi test.

Del voto di maturità, basso o alto, non sapeva che farsene: era ritenuto inattendibile.

Tale fu anche il non giudizioso giudizio della ministra Maria Chiara Carrozza, docente universitaria. E nessuno protestò. Non ci fu alcuna presa di posizione del mondo dei docenti. Eppure fu quella la più pesante offesa mai rivolta alla scuola, ai presidi e docenti suoi rappresentanti, allo studio e all’impegno dei giovani, all’operato di consigli di classe e di commissioni giudicatrici, alla collegialità delle azioni e delle risoluzioni.

È tempo che l’esercito che in Italia vanta il maggior numero di arruolati, quello degli insegnanti, la smetta di sopportare nell’animo le tante malefatte e prenda le sue armi contro i test dell’Università e dell’Invalsi, contro il mercato delle certificazioni, contro la formazione iniziale degli insegnanti affidata totalmente alle università e contro il disegno di legge che mira a fare altrettanto con la formazione in servizio e peggio ancora con la istituenda scuola dell’alta formazione dell’Istruzione. Un disegno che mira a togliere alla scuola quel poco che ancora ha di prestigio e di valori. Essendo così debole e disunita al suo interno sta subendo l’effetto San Matteo.

Autore

  • Laureato in matematica, docente e preside e, per quasi un quarto di secolo, ispettore ministeriale. Responsabile, per il settore della matematica e della fisica, della Struttura Tecnica del Ministero dell'Istruzione. Segretario, Vice-Presidente e Presidente Nazionale della Mathesis dal 1980 in poi e dal 2009 al 2019, direttore del Periodico di Matematiche.

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