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Contro i detrattori del Liceo classico

Arringa contro i detrattori del Liceo classico a torto tacciato di obsolescenza. Per loro chiesta una condanna esemplare.

L’arringa dell’avvocato

Onorevole giudice, membri della giuria,

fino a quando Valditara continuerà ad abusare della nostra pazienza? O tempi, o costumi!

Col pretesto di un esiguo numero di alunni ci si è spinti a prospettare e in diversi casi ad attuare, a dispetto dell’autonomia, malaugurati accorpamenti dei Licei classici, strisciante andamento alla loro vagheggiata estinzione, mentre per quanto riguarda tante scuole paritarie laiche, ovvero diplomifici, si sono tollerate nel tempo classi con meno di otto alunni e perfino con alunni fantasma, per non dire di  quelli virtuali di talune organizzazioni in rete per i promessi diplomi in un anno …

Mi accingo perciò a sostenere l’accusa contro i detrattori del Liceo classico, a torto tacciato di obsolescenza. Non cessano gli attacchi a un così nobile indirizzo di studi, che tante menti e tanti cuori continua a plasmare nel tempo. Giganti gli antichi, ritti sulle cui spalle noi nani possiamo vedere nel lontano futuro. E vorremo noi moderni rinunciare al beneficio di poter scrutare l’orizzonte della storia occidentale grazie alla civiltà greco-romana? Ci condanneremo a restare privi di una così ampia visuale, relegati nella dimora di una contemporaneità che si dice globalizzata, ma in realtà boccheggia nell’asfissia dell’angusto spazio in cui l’umana disumanità la riduce? Saremo sprovveduti al punto di schierarci con quanti vilipendono l’apporto del mondo classico alla conoscenza dell’animo umano?

I detrattori si rallegrano perché negli Stati Uniti si va sviluppando una perniciosa tendenza. Dan-el Padilla Peralta, laureato in Lettere Classiche magna cum laude, docente di Storia antica all’Università di Princeton, della civiltà greco-romana in gioventù fu entusiasta, ma col passare degli anni ne è diventato critico esasperato al punto di augurarne la morte. Sì, orrore, la morte, per un ben macabro motivo, che si inscrive nell’orripilante movimento della cancel culture e dello scriteriato intento di decolonizing classics: cultura da cancellare e classici da decolonizzare, ossia nel rivendicare i valori di ogni cultura si vuol censurare la cultura classica!

I detrattori si rallegrano perché riecheggia in Italia una ingenerosa critica di Antonio Banfi, il quale imputa all’insegnamento del Latino e del Greco nient’altro che “un apprendimento mnemonico della morfologia generale e della sintassi dei casi”. Orripilante giudizio!  Si ignora o si finge di ignorare che esistono bravi allievi e brave allieve amanti del Greco e del Latino. Siano pure in minoranza: perché meditare di impedire antidemocraticamente a una minoranza di coltivare la propria vocazione? E perché non adottare per l’insegnamento del Greco e del Latino il metodo di Hans Henning Ørberg, in modo da dare impulso all’aumento di allievi e allieve aspiranti agli studi classici?

Contro i biechi detrattori disponiamo di una serie di testimonianze così nutrita da annichilirli. Vero è che Luciano Canfora, docente di Filologia greca e latina e Storia della filologia classica nell’Università di Bari, documenta l’aberrante esaltazione del mondo greco-romano ad opera del nazismo e del fascismo, allorché un Hitler in Mein Kampf  pretese di accomunare Greci e Romani in una “comunità di razza” di cui la Germania era vista erede e un “classicismo fascista” fu sponsorizzato nelle sue conferenze da un Mussolini illuso di fare rivivere all’Italia i fasti imperiali di Roma antica, allorché ci si vantava di essere “padroni del mondo”.

Vero è, si può aggiungere, che in quel passato perdurò lo schiavismo, ma fu dall’interno di quella stessa società che ci si avviò al riconoscimento della comune umanità degli schiavi, mentre non può certo dirsi innocente la realtà contemporanea, in cui dilagano nefasti esempi di disumanità.

Quindi non degli antichi occorre disfarsi, bensì dell’uso scriteriato che ne è stato fatto nel tempo.  Giusto Traina, docente di Storia romana all’Università della Sorbona, ammonisce che non possiamo fare a meno degli antichi, purché si sappia imparare anche dai loro errori. Nicola Gardini, docente di Letteratura italiana e comparata all’Università di Oxford, riconosce nei Greci e nei Romani vertici estetici, profondità razionale, aperture al dibattito utili “a tutti coloro che si adoperano per lo sviluppo del linguaggio e per la libertà del pensiero”. Andrea Marcolongo, scrittrice laureata in Lettere classiche, vede nel Greco antico una “lingua geniale” da amare. Umberto Eco, insigne semiologo, che già ebbe a opporsi alle avventate accuse dell’economista bocconiano Andrea Ichino agli studi classici, riconosce ad essi, purché rigenerati nei curricoli, capacità di assicurare coscienza storica e apertura al presente in vista del futuro. Federico Condello, professore ordinario di Filologia classica all’Alma Mater Studiorum dell’Ateneo bolognese, chiarisce che il Liceo classico è “la scuola giusta”, perché offre una formazione generale disinteressata.

Lucio Russo, docente di meccanica statistica e storia della scienza, spiega come i fondamenti epistemologici della ricerca scientifica europea risalenti all’età ellenistica abbiano influito sugli scienziati moderni. Il matematico Paolo Zellini dell’Università degli Studi di Roma Tor Vergata nel saggio I pitagorici e il computer mostra di quanto sia debitrice alla matematica antica perfino l’odierna informatica, denunciando la  smania di orientare gli studenti verso le discipline STEM, ossia Science, Technology, Engineering, Mathematics, senza darsi pensiero di far circolare in questi ambiti anche una componente umanistica, ritenuta invece più che mai necessaria negli Stati Uniti ove in contrasto con il sopra ricordato discredito dei classici è sorto pur sempre il movimento dell’umanesimo informatico.

Vedo ora fare il suo ingresso in quest’aula un testimone di eccezione. È lui, Niccolò Machiavelli. Gli antichi per loro umanità gli rispondono: umanità, derivante dal concetto ciceroniano di humanitas, che unifica φιλανθρωπία e παιδεία, arricchendosi di una benevola apertura agli altri oltre che di un’ampia formazione culturale.

Rapporto solipsistico, il suo; ma degli antichi dobbiamo tener conto anche in ambito sociale, come sottolinea la filosofa Martha Nussbaum, docente all’Università di Harvard, non per il solo profitto, perché le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica per controbilanciare l’utilitarismo economicistico caro ai detrattori.

Sul versante religioso li accusa Sant’Agostino, che si prefisse di discernere nei classici i valori da mantenere vivi all’interno della nuova cultura cristiana, perché nel suo pensiero ad essa e non ai pagani quei valori appartenevano di diritto. Li accusa San Giovanni Paolo II, che durante il suo viaggio apostolico del 2001 in Grecia ricordò l’importanza di “un dialogo fecondo fra la fede cristiana e la filosofia”. Li accusa  Papa Francesco, che quel ricordo rinnovò nel suo discorso al Parlamento europeo del 2014 e nel suo viaggio in Grecia del 2021. E a scorno dei detrattori ancora nel 2023 presso l’Università Cattolica di Milano la Giornata di Studi sull’interrogativo “Servire a Mammona?” è stata dedicata a discutere su “Buona e cattiva ricchezza nei testi degli antichi”.

Onorevole giudice, membri della giuria,

ardiranno ancora i detrattori asserire, horribile dictu, che il Greco e il Latino siano lingue morte? Anche se non parlate, le lingue latina e greca sono ben vive nell’odierno lessico, nella storia letteraria, nella filosofia, nelle scienze in genere. Nella tragica figura di Antigone risalta il conflitto fra diritto e moralità. Dante senza Virgilio e Ovidio e altri grandi autori latini e senza l’omaggio a Omero “poeta sovrano” sarebbe inconcepibile. Ancor oggi i filosofi devono fare i conti con Platone. Freud nella sua psicoanalisi introduce il complesso di Edipo. Einstein si confronta con l’atomismo di Lucrezio. E che dire di Joyce, per il quale ciascuno di noi è Ulisse? Viviamo ancora nel mito. Gli studia humanitatis riguardano l’esistenza nei suoi aspetti caratterizzanti, come amicizia, amore, dolore, giovinezza, senescenza, odio, morte, tutto ciò insomma che costituisce la sostanza del nostro io e del nostro rapporto con gli altri.

Ben lo sanno i giovani e le giovani, che si uniscono a me nell’accusa, giacché sentono contemporanei i messaggi degli autori latini, come avviene, ad esempio, nel caso di Seneca. Scrive uno studente che nella modernità liquida “gli eventi ci scivolano addosso e perdiamo la profondità   dei fatti”, ma “leggendo Seneca, si riscopre un mondo nuovo, in cui l’uomo […] vivendo secondo natura raggiunge il sommo bene: la concordia dell’animo”. Scrive una studentessa che “Seneca nella sua opera ha cercato di dare all’uomo i mezzi per distaccarsi dal turbamento, ha tentato di dare delle risposte agli interrogativi di ogni tempo […]”.

E ciò che vale per Seneca vale per gli autori greci e latini che ci hanno tramandato precetti sull’esistenza validi come κτῆμα ἐς αἰεί.

Onorevole giudice, membri della giuria,

confidando nella vostra illuminata sapienza, chiedo per i detrattori degli studia humanitatis una condanna esemplare, che possa risuonare come loro ludibrio e come conferma del perenne valore del Liceo classico.

 

Autore

  • Biagio Scognamiglio

    Biagio Scognamiglio (Messina 1943). Allievo di Salvatore Battaglia e Vittorio Russo. Già docente di Latino e Greco e Italiano e Latino nei Licei, poi Dirigente Superiore per i Servizi Ispettivi del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca. Ha pubblicato fra l’altro L’Ispettore. Problemi di cambiamento e verifica dell’attività educativa.

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