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Contro la pedagogia

Il rapporto scuola-lavoro viene generalmente trattato in chiave esclusivamente economica, non pedagogica, contro la pedagogia.

Dal film Mary Poppins (1964)

Il nuovo anno si è aperto con la vecchia insistenza sul rapporto scuola-lavoro. Rapporto di subordinazione della scuola al lavoro. Non parliamo qui dell’alternanza, i cui misfatti non sfuggono a qualsiasi attento e avveduto osservatore delle conseguenze di una legge sciagurata quale è la legge della cosiddetta buona scuola. Parliamo qui del rapporto fra la manovra del MIM collegata alla legge di bilancio nel quadro del PNRR e la pedagogia. La problematica viene generalmente trattata in chiave esclusivamente economica, non pedagogica, come lo fanno, ad esempio, Eugenio Bruno e Claudio Tucci su Il Sole 24 ore n. 1 del 2.1.2023.

Una fondamentale questione  educativa  viene fagocitata nel quadro di competenza di un organo di stampa dedicato alle problematiche economico-finanziarie.

D’altra parte ciò che interessa oggi al MIM è, per dirla con uno dei tanti anglismi oggi alla moda, un mismatch, il divario fra scuola e lavoro lamentato dalle imprese industriali, che invocano un aumento della pubblicità da dedicare all’orientamento verso le STEM. Intanto dall’ambito politico è sopraggiunta addirittura la proposta di introdurre la tanto decantata educazione finanziaria nei programmi della scuola elementare e addirittura della scuola materna in armonia con i dettami dell’OCSE e le iniziative di diverse ONG nella controversa materia.

Noi compiangiamo i bambini defraudati dell’infanzia. Noi ci chiediamo quale valore umano possa sussistere in un’economia neocapitalistica orientata soltanto al profitto. In proposito Massimo Basile su la Repubblica del 10.01.2023 nell’articolo Capitalismo senza profitto ricorda che contro il monetarismo di Milton Friedman la Business School della Columbia University propone “l’obiettivo di disossare il mammuth della cultura monopolistica che punta solo allo sfruttamento dei singoli, per aumentare i guadagni”.

Il MIM avrà tempo fino al 30.6.2023 per definire le linee guida da seguire in vista dell’introduzione nel PTOF di “azioni dedicate a rafforzare nei curricoli lo sviluppo delle competenze matematico-scientifico-tecnologiche e digitali legate a specifici campi d’esperienza”. Siamo di fronte a un MIM che asseconda e promuove la sostituzione dell’addestramento alla pedagogia, restio com’è ad ascoltare sia chi la scuola la vive e la fa sul campo, sia le voci degli autentici esperti di formazione delle giovani generazioni in ambito internazionale.

Docenti e scienziati dell’educazione proseguono oggi un lavoro pratico e teorico che nella cultura occidentale inizia a partire dall’antica Grecia.

Filosofia e pedagogia si sono arricchite dell’apporto scientifico, che non le ha sostituite, perché non si può cancellare quanto di positivo ci ha tramandato la storia. Nell’era informatica la componente umanistica resta fondamentale, come altrove, ad esempio negli Stati Uniti d’America, si è ben compreso da tempo, dando avvio alla corrente dell’umanistica digitale. I saperi necessari per l’educazione del futuro non debbono affatto ridursi alle STEM. È desolante constatare che il MIM non se ne dia per inteso. Tutto viene visto in un’ottica di conclamata apertura, in realtà di sottomissione, della scuola alle esigenze del mercato, delle quali ci si preoccupa principalmente, anzi esclusivamente.

Proviamo però a spostare lo sguardo dalla scuola proprio al mondo del lavoro.

Proviamo a chiederci quali prospettive di realizzazione offra questo mondo, quali siano le condizioni in cui le attività lavorative di studenti addestrati alle STEM vadano a svolgersi. Nonostante le inchieste giornalistiche sull’attuale “sfruttamento della forza lavoro”, questo aspetto del futuro itinerario lavorativo dei giovani viene dissimulato e sottaciuto a livello politico. Intanto le discipline come oggetto di studio disinteressato, ovvero ad esse interessato per il loro valore formativo, continuano ad essere vilipese e oltraggiate da quanti le concepiscono e impongono come funzionali soltanto al profitto.

Ciò si palesa particolarmente vero proprio per quanto attiene alle discipline STEM.

Consideriamo, ad esempio, al loro interno la matematica. Si tratta certamente di una disciplina che ha la sua imprescindibile importanza sul piano pratico, ma è nello stesso tempo dotata di un suo fascino estetico, di una bellezza tale da generare un autentico innamoramento. Il che non vuol dire che amandola ci si isoli in una contemplazione astratta e indifferente alle sorti economiche del Paese, vuol dire invece che così si apprende a divenire esseri umani completi, restii ad essere relegati in ruoli subalterni.

Si parla tanto della necessità che la scuola prepari soggetti capaci di rendersi utili all’economia, mentre solo a parole si promette di mettere tutte le scuole in condizioni strutturali adeguate. Si pretende dalla scuola un contributo all’economia che l’economia non ricambia. Un discorso sul merito non dovrebbe prescindere dalla necessità di adoperarsi per mettere tutti nelle migliori condizioni per diventare meritevoli.

Si traspone invece in campo scolastico la competitività che contrappone le imprese.

Il pensiero ora ritorna alla sorte dei bambini, che dovrebbero sentirsi impegnati in siffatte tenzoni. Si nasconde loro che il mondo dell’economia e della finanza presenta non solo scontri, ma anche imbrogli. Tenere nascosti scontri e imbrogli significa camuffare la realtà. Non bastano più i nonni che spiegano ai bambini il valore del salvadanaio.  È desolante constatare che ai bambini vengano proposti personaggi del tipo di Mister Soldino in luogo di quelli tradizionali delle favole.

Non si comprende poi perché venga usata la dizione “educazione finanziaria” invece di “elementi di economia”, che potrebbero cominciare ad essere insegnati in armonia con la matematica non anteriormente alla scuola media dell’obbligo. Viene infine in mente Virgilio: “Quid non mortalia pectora cogis, auri sacra fames?”, domanda ripresa da Dante: “Perché non reggi tu, o sacra fame – dell’oro, l’appetito de’ mortali?”

Quando l’economia finanziaria è disgiunta dall’etica, cattivo appetito!

 

 

Autore

  • Biagio Scognamiglio

    Biagio Scognamiglio (Messina 1943). Allievo di Salvatore Battaglia e Vittorio Russo. Già docente di Latino e Greco e Italiano e Latino nei Licei, poi Dirigente Superiore per i Servizi Ispettivi del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca. Ha pubblicato fra l’altro L’Ispettore. Problemi di cambiamento e verifica dell’attività educativa.

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