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La morale per disobbedienti di Michel Serres

L’ultimo libro di Michel Serres, Morale per disobbedienti, Bollati Boringhieri, 2019 (Morales espiègles, éditions Le Pommier-Humensis, Paris, 2019)

Michel Serres (1930-2019): come catalogarlo? La sua personalità non consente di essere  etichettata. Non c’è dubbio però che  siamo di fronte a uno scrittore di rango. Come prosatore è un maestro di stile. La lingua francese ne risulta esaltata. Lo si avverte in trasparenza anche nella traduzione italiana. Oltre che letterato, lo si può  considerare filosofo, storico della scienza, epistemologo, senza che si riesca a incasellarlo in una sola delle categorie.

La giraffa-arcobaleno della copertina è una variante dell’immagine del mantello di Arlecchino. Il mantello di Arlecchino: così s’intitola nell’edizione italiana Le Tiers-Instruit (1991), in cui Michel Serres delinea una nuova prospettiva pedagogica per l’individuo. Prospettiva in cui l’individuo istruito non resta paralizzato in una concezione falsamente unitaria dei saperi, né si disperde in un frammentarsi irrelato di essi,  ma rinnova continuamente la propria visione del mondo in vista di un futuro.

Qual è il vero significato della Morale per disobbedienti?

Lo si può desumere a partire da una ricognizione dei significati della parola espiègle nel titolo originale. Aggettivo che può significare birichino, dispettoso, giocoso, malizioso, sbarazzino … Indica quindi una forma di divertente e simpatica trasgressione. Infatti in prefazione il nostro originale moralista si dice in dovere di giocare, lui ormai bisnonno, con i piccoli pronipoti. La  prima infanzia e l’anzianità estrema sono per lui le età del gioco. Età particolarmente adatte a creare scompiglio.

Come narra la Bibbia, in principio era la disobbedienza.

Adamo ed Eva violarono il divieto di Dio. Ardirono dire di no. E ancor oggi i bambini dicono no. Disobbedire è il motore della storia:

“Contrariamente a quanto talvolta si dice, questa beata disobbedienza risolve molti problemi. Accumulando idiozie scellerate, e un’esperienza che serve a poco, una generazione qualsiasi può bloccare la storia, tanto che, a un certo punto, nessuno sa più come uscirne; solo qualche bimbo dispettoso è in grado di sbloccare la situazione, prendendo le cose per un altro verso.”

Ci siamo mai chiesti come fossero i grandi pensatori da ragazzi?

Sarebbe interessante e magari sorprendente saperlo. Michel Serres viene incontro alla nostra curiosità, parlandoci della sua adolescenza come in una pubblica confessione:

“Ecco dunque la mia ammissione, pubblica e tardiva: ho disobbedito, non ho mai smesso di comportarmi come un insopportabile rompiscatole, temuto da tutti i miei maestri.”

Era il caporione di una turba di convittori scatenati a comando per scompigliare l’ordine dell’ambiente. Aver conseguito il diploma fu un miracolo. Per lui erano oggetto di ammirazione gli studenti capaci di scherzi sublimi, come quello di rubare una giraffa dal Jardin des plantes  e portarla nei pressi dell’Eliseo nello sbigottimento dei politici.

Divenuto sottotenente su una corazzata, continuò a fare baraonda e cagnara. Docente alla Sorbona, gli venne tolto l’insegnamento della filosofia. Fu sempre contro il dogma. Avversò le gerarchie, retaggio del costituirsi degli animali subumani in branchi. Disobbedire, ci insegna Michel Serres, è indispensabile per non essere defraudati della libertà di pensare. La conoscenza implica la disobbedienza.

E l’obbedienza?

Anch’essa è necessaria, ma si tratta di discernere a quali regole obbedire:

“Le cose hanno in sé le proprie regole. Meno convenzionali di quelle degli uomini, ma necessarie come i corpi che cadono e gli astri che gravitano; per di più, difficili da scoprire. Non possiamo niente e non diventiamo niente senza l’obbedienza assoluta alle cose, leali e dure. Senza questa sottomissione non può esistere nessuna conoscenza, nessuna invenzione, nessuna autentica competenza.”

Al capitolo iniziale, “Far scompiglio”, segue il capitolo “In balia dello scompiglio”, in cui l’autore rievoca il tempo trascorso in navigazione. Viaggiando per mare si apprende l’esercizio della vera virtù. Nel capitolo “Due linciaggi dolci” si spiega la differenza fra burla e linciaggio, fra il comico e il tragico. Ridere della sofferenza inflitta ad altri trasforma lo scherzo in tragedia. Altro capitolo: “Ridere duro e ridere dolce”. Qui si mette in rilievo che oggi i social network consentono che il gioco possa trasformarsi in linciaggio. Divertirsi del danno inferto altrui è un ridere duro. Il ridere dolce è quello che proviamo di fronte a tipi come Don Chisciotte o Cyrano de Bergerac. Viene citato Henry Bergson per la teoria esposta in Il riso. Saggio sul significato del comico: teoria da ritenere imperfetta, perché il ridere è suscitato non tanto da “un comportamento meccanico applicato a ciò che è vivente”, ma dai “falsi duri” che si rivelano “veri molli”. Esempi letterari: Fanfan la Tulipe, Robin Hood, Achille, Orlando, Matamoro, Tartarino, Haddock …

Ed ecco la rivelazione:

“Scoperta: il dolce è il rapporto segreto, che questo libro cerca, tra la birichinata e la morale.”

Altro capitolo. In “Donare, perdonare” Michel Serres ricorda che a una sua ex allieva, divenuta professoressa, uno degli studenti chiese perché lei si preoccupasse tanto di loro. La risposta fu che anche lei aveva posto la stessa domanda al suo professore e il suo professore le aveva risposto che lo faceva affinché anche lei in futuro si preoccupasse altrettanto dei suoi studenti. Questo è un esempio di beneficio rivolto verso il futuro.

Il dono per eccellenza è il perdono, che consiste nel “sostituire la reciprocità del debito con la transitività della remissione”. La vendetta rende infelici. La remissione assicura una libertà che proietta verso un diverso futuro.

Michel Serres visto da B. Scognamiglio

Capitolo conclusivo: “La virtù del virtuale”.

Nonno Brontolone e Pollicina sono i personaggi a cui viene affidato il compito di confrontarsi su passato e presente.  Il nonno, laudator temporis acti, rimbrotta la nipotina immersa nella realtà virtuale. La nipotina obietta che l’epoca del nonno è stata un’epoca di “guerre e crimini di stato”. Il racconto prosegue come disamina degli aspetti positivi e negativi della realtà virtuale, che da una parte sembra poter consentire di coltivare l’utopia di una democrazia planetaria, unendo in rete miliardi di Pollicini, dall’altra si configura come ricettacolo di minacce alla convivenza civile su scala planetaria. Resta il fatto che il virtuale è la virtù propria dell’essere umano. È potenzialità allo stato puro.

Se ne trovano le espressioni più profonde nella letteratura:

“Sì, il virtuale è a tal punto l’essenza o la virtù degli umani, nella loro esistenza singolare, che per conoscere questi individui nella loro verità bisogna fare esperienza di opere altamente virtuali, come quelle della letteratura; sono più profonde infatti, queste, delle opere della filosofia e delle scienze umane, che sono invece reali, troppo reali”.

Questa visione della Académie française viene corretta dalla Académie des sciences, che riviene il virtuale insito nelle cose oltre che negli animi:

“Le esplosioni generate dall’algebra combinatoria, i teoremi in attesa di eventuali applicazioni, il cospicuo ventaglio delle probabilità, la proliferazione delle geometrie, i programmi e gli algoritmi, per quanto riguarda i matematici; il grande Racconto dell’Universo che, talvolta, gli astrofisici spiegano attraverso la teoria del caos; il numero infinito delle molecole, a partire dalle associazioni di atomi, elaborate, pensate, realizzate dai chimici; le imprevedibili novità dell’epigenesi e del codice genetico emerse sotto gli occhi dei biologi, più i terabyte d’informazione nelle banche dati, prodotto di osservazioni e di esperimenti che spesso sono diventati delle sceneggiature … ci hanno fatto abbandonare per sempre l’assise asinina di un reale monovalente, per scoprire assieme a voi, letterati, l’arcobaleno cromatico, il caleidoscopio dalle mille sfumature, tigrato, variopinto, la cui gloria aureola una realtà contingente, quantica, sfrangiata, zampillante di incognite …”

Nella postfazione l’autore stesso riepiloga gli insegnamenti impartiti attraverso i vari capitoli.

Partito dalla disobbedienza, è giunto a insegnare modestia e umiltà. Il disobbediente deve trovare in sé il senso del limite, in modo da poter discernere come disobbedire in senso etico. La disobbedienza deve escludere il gioco perverso. In proposito possiamo accostare al pensiero di Michel Serres quello di Marco Tullio Cicerone, che così si esprime sul gioco e sullo scherzo nel De officiis:

“Ludo et ioco uti illo quidem licet, sed, sicut somno et quietibus ceteris, tum, cum gravibus seriisque rebus satisfecerimus. Ipsumque genus iocandi non profusum nec immodestus, sed ingenuum et facetum esse debet. Ut enim pueris non omnem ludendi licentiam damus, sed eam, quae ab honestate non sit aliena, sic in ipso ioco aliquod probi ingenii lumen eluceat. Duplex omnino est iocandi genus: unum illiberale, petulans, flagitiosum, obscenum; alterum elegans, urbanum, ingeniosum, facetum. Facilis igitur est distincio ingenui et illiberalis ioci; alter est, si tempore fit, homine vel gravi dignus, alter ne libero quidem, si rerum turpitudo adhibetur aut verborum obscenitas. Ludendi etiam est quidam modus retinendus, ne nimis omnia profundamus elatique voluptate in aliquam turpitudinem delabamur.”

Dunque, per Marco Tullio Cicerone, il gioco è consentito solo se non si trascurano le cose serie.

Non deve debordare. I fanciulli devono dimostrare onestà oltre che ingegno anche giocando. Ci sono due tipi di gioco, uno osceno, l’altro elegante. L’uomo serio può darsi al gioco a suo tempo. L’uomo libero deve evitare il linguaggio scurrile e i comportamenti vergognosi. Bisogna badare a non lasciarsi andare dal piacere del gioco allo sconcio della turpitudine.

Quanto all’essenza del riso, in quanto è connessa alla disobbedienza, possiamo ricordare, oltre che Il riso di Henry Bergson, Sull’essenza del riso di Charles Baudelaire. Il poeta di Les fleurs du mal riconduce la comicità che suscita il riso alla trasgressione diabolica. A Luigi Pirandello si deve invece la fondamentale distinzione fra comicità e umorismo, inteso quest’ultimo come “sentimento del contrario”. Nel suo denso saggio intitolato per l’appunto L’umorismo si legge a un certo punto:

“Uno dei più grandi umoristi, senza saperlo, fu Copernico, che smontò non propriamente la macchina dell’universo, ma l’orgogliosa immagine che ce n’eravamo fatta”.

Luigi Pirandello ricorda che Giacomo Leopardi aveva rilevato nella rivoluzione copernicana proprio questo tipo di umorismo:

“Si legga quel dialogo del Leopardi che s’intitola appunto dal canonico polacco”.

Copernico, osserva Luigi Pirandello, demolì l’umano orgoglio legato all’antropocentrismo. Possiamo ritornare ora al legame in apparenza paradossale stabilito da Michel Serres fra disobbedienza e umiltà. Ecco l’essenza della lezione impartita dal poliedrico pensatore:  è compito etico disobbedire a chiunque coltivi l’orgoglio in dispregio della modestia e dell’umiltà. Questa disobbedienza assume il valore di una trasgressione che è un andare oltre in senso positivo.

Oggi nel mondo della scuola va serpeggiando un’intenzione antitetica all’etica: costringere all’obbedienza chi esibisca spirito critico nei confronti di ogni sprezzante imposizione.

 

 

 

 

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