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Difficoltà in Matematica? Impari a memoria!

Una testimonianza di amore contrastato per la matematica. Impari a memoria! Da una lettera pubblicata dal Periodico di Matematiche.

La cultura autentica è sempre un momento essenziale di vita. Diventa una componente dell’esistenza. Avvertire una mancanza culturale comporta disagio, rammarico, rimpianto.

Il Periodico di Matematiche della Mathesis  è stato per lungo tempo un compagno di viaggio di tanti educatori e cultori nel campo delle discipline scientifiche. Alla ripresa delle pubblicazioni (dicembre 1972) dopo un  periodo di assenza se ne sentì ancor più intensamente l’importanza. Lo provano le numerose lettere attestanti all’epoca viva soddisfazione per il ritorno di un così ricco supporto alla ricerca e all’insegnamento. Nelle pagine di quella pubblicazione veniva intravista un’operosità destinata al servizio dei lettori con autentico spirito di amicizia. [VEDI]

Fra quelle lettere se ne  distingue una, riportata di seguito, per  il suo calore umano.

È la lettera1 non di un matematico né di un fisico, ma di un avvocato. Viene  qui riproposta anche perché siamo nell’epoca della posta elettronica che induce ad essere sbrigativi nella scrittura, mentre il ricordo di uno stile epistolare di ascendenza classica può essere fonte sorgiva di riflessione.

Ciò per quanto attiene alla forma. Quanto al contenuto, anticipiamo che si tratta della matematica come oggetto di rimpianto al pari di un primo amore perduto.

Saverio Bettinelli (1718-1808)

Con quale partecipazione ho letto l’intero fascicolo del Periodico! E con quale tristezza, anche! Come lontano – non il tempo soltanto, ma lo habitat, mentale  ed umano –  l’insegnamento (inteso il termine soltanto come fenomeno) che a me è stato dato! Quand’ero al II ginnasio (1925, avevo 11 anni), il “professore di matematica” suggeriva a mio padre, che gli chiedeva di aiutarlo a capire perché il figlio che in ogni altra “materia” era mica male, di matematica, invece, nulla sapeva, e, peggio, nulla  mostrava di capire, suggeriva: “Non si preoccupi, impari a memoria”; ed ancora a mio padre che onestamente replicava: “E se i vertici del triangolo invece che A B C – come indicato nel testo – sono indicati B C A, che succede?”, rispondeva pacifico: “E perché mai si dovrebbe fare una cosa simile?”. Quand’ero al liceo (1928-1931), il “professore di matematica e fisica”, appena entrato in aula, tirava fuori certi suoi quadernetti consunti e ci dettava filastrocche interminabili in latino. Nell’impassibile registratore della memoria qualcuna ne è ancora rimasta: “Actioni semper equalem et contrariam esse reactionem videtur” [rectius: “Actioni contrariam semper et aequalem esse reactionem”]. Non faceva altro, non ci parlava mai, non ci guardava mai. Quale deserto! E così, la mia limitata cultura è rimasta esclusa dalla matematica. E quando qualcosa ho cominciato a capire – tanti anni dopo – ho sentito di quanto sono stato deprivato. Da allora, la matematica mi sta lì di fronte come una “no man’s land”, dove a me è stato vietato di entrare, una volta per tutte. Un luogo utopico: perché il “luogo deputato” della fantasia. Ed ecco che risale alla superficie della memoria uno di quegli incontri della adolescenza (del liceo, dico) che ci fulminano, e ci restano dentro tutta la vita: la definizione della poesia data da quel lucidissimo intelletto settecentesco del (bieco) p. Saverio Betttinelli, S. J.: 2 “un sogno, in costanza della ragione”. Non è proprio questa l’utopia? (ma allora, che dire di Marcuse, e della sua “fine dell’utopia”?).Avvocato Terenzio Marfori

 “Partecipazione” e “tristezza”. Dimensioni struggenti dell’esistere.

Professori che negavano la gioia dell’abbraccio mentale e sentimentale alla matematica. Sì: la matematica può essere come un primo amore perduto. C’è stato chi ha impedito la realizzazione di un sogno. E a impedirlo è stato proprio chi per dovere professionale avrebbe dovuto condurre quel giovane studente in quel territorio che è restato invece “terra di nessuno”. Territorio che per l’avvocato è diventato un “non luogo”. È l’esperienza più atroce quella della fine dell’utopia. Come un lasciate ogni speranza.

Secondo Edgar Morin l’utopia non è finita. L’ormai centenario intellettuale distingue però  una “utopia buona” da una “utopia cattiva”. Per lui “utopia buona” è quella che non vagheggia una realizzazione completa degli ideali, ma si può accontentare della realizzazione soltanto di ciò che è possibile realizzare. Ma questo realismo è l’antitesi dell’utopia!

Per il nostro avvocato non  vi è stata alcuna “utopia buona”. La scuola del suo tempo lo ha arrestato sulla soglia del principio di reazione così enunciato da Newton nei Philosophiae naturalis principia mathematica: “Actioni contrariam semper et aequalem esse reactionem, sive corporum duorum actiones in se mutuo semper esse aequales et in partes contrarias dirigi”. L’esperto del diritto è stato vittima di un’ingiustizia. Ciò che gli è rimasto in memoria ha generato rimpianto perché a partire da quel latino si sarebbe dovuto guidarlo ad inoltrarsi nella conoscenza scientifica e ciò non è stato.

Questa lettera vale anche come viatico per coloro che abbiano il compito di insegnare.

I loro sono segni che nel bene o nel male restano impressi. Non dicano di imparare a memoria, ma aiutino a capire. Agli allievi parlino. Li guardino. A distanza di tempo quei docenti incontrati purtroppo dal nostro avvocato allora adolescente continuano ad essere giudicati secondo il codice della coscienza.

NOTA

1 La lettera è indirizzata a Bruno de Finetti, Direttore del Periodico di Matematiche dal 1972 al 1981. 

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