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Torquato Tasso, lettore di matematica

L’insegnamento della matematica nelle Università italiane del Cinquecento con Torquato Tasso lettore a Ferrara.

Torquato Tasso (1544-1595), è l’autore del Mondo Creato nonché della Gerusalemme liberata e altre opere famose che gli studenti delle scuole secondarie incontrano nel corso dei loro studi letterari. Per molti studenti è anche il nome dell’istituto che frequentano. In genere sono licei, ma anche scuole medie come la Tasso di Roma, che i docenti di matematica sono portati ad associare al nome di Emma Castelnuovo, che vi insegnò per tutto il periodo del suo servizio attivo. Un’associazione sorprendente, perché anche il Tasso nel corso della sua vita fu docente di matematica. Allora tali docenti si chiamavano lettori e lui fu lettore di matematica nell’Università di Ferrara.

Le notizie al riguardo si trovano in quel libro Insegnare matematica di Luigi Pepe del quale si è già parlato [VEDI].

La sorpresa ovviamente non è il fatto che Torquato Tasso ne capisse di matematica (a quei tempi la divisione delle discipline non era così marcata e il sapere era fortemente unitario: le figure di medico, giurista, naturalista, matematico, poeta potevano essere presenti nella stessa persona). La cosa sorprendente è che l’abbia insegnata e questo Luigi Pepe lo comprova con documenti del periodo, compresi quelli contabili attestanti i compensi ricevuti.

Secondo alcuni storici la lettura ferrarese di Torquato Tasso durò 4 o 5 anni, forse fino al 1579, e per gli anni accademici 1573-74 e 1574-75 con uno stipendio superiore a quello di altre letture come dialettica, teologia, metafisica, botanica farmaceutica. Le conoscenze matematiche del Tasso gli derivavano dalla sua formazione. Fu infatti, a Urbino, allievo di Federico Commandino e compagno di studi di Guidobaldo del Monte.

Che cosa si insegnava allora in un corso universitario di matematica?

Secondo Pepe gli statuti universitari in vigore a quei tempi prevedevano per la lettura di matematica un corso distribuito a rotazione su quattro anni con le letture seguenti:

  1. I libri I-III degli Elementi di Euclide e un manuale di aritmetica
  2. La Sfera del Sacrobosco
  3. Un trattato sull’uso del quadrante astronomico e uno sull’uso dell’astrolabio
  4. La lettura delle tavole astronomiche
  5. Alcabizio, il Quadripartito di Tolomeo e altre opere astrologiche.

Luigi Pepe nella sua indagine storica procede anche ad un confronto con altri titolari della lettura di matematica, sia a Ferrara che altrove, concludendone che il loro profilo professionale non poneva certo il Tasso in una posizione di curiosa eccezione. Tanto più che, a parte la formazione giovanile ricevuta a Urbino a contatto con Commandino e Del Monte, «i postillati tassiani dell’Almagesto di Tolomeo, degli Omocentrica di Fracastoro (nella seconda edizione di Venezia del 1574), dei Commenti del “De Coelo” di Aristotele di Lucillo Filoalteo, attestano una cultura astronomica e matematica non inferiore a quella dei medici e filosofi che coprirono la cattedra di matematica nella seconda metà del Cinquecento e per buona parte del XVII».

Una annotazione particolare merita il giudizio sul Tasso espresso da Galileo Galilei (1564-1642), che Pepe non manca di riportare.

In Considerazioni al Tasso,  opera, in verità, di cui qualche studioso ha messo in dubbio la completa autenticità, Galileo in veste di critico letterario è sprezzante. Le sue sono parole durissime: «rottamente, seccamente, e crudamente conduce le sue opere il Tasso per la povertà di tutti i requisiti al ben oprare»; «è un impiastramento, senza disegno, senza colore, senza concetto, senza grazia, un ciarpame di parole ammassate, una paniccia di cieli, di natura e d’amore, che in summa summarum non ha né costruzione né senso che vaglia». Pieno di ammirazione fu invece Galilei per l’Ariosto, poeta lunare, che talora chiamò “divinissimo”.

Tra parentesi, l’Ariosto e il Tasso divisero per tutto il Seicento gli intellettuali in fan dell’uno o dell’altro.

Diversamente da Galileo, a una così impietosa stroncatura del Tasso non giunse Giacomo Leopardi, che nonostante alcune notevoli riserve espresse nello Zibaldone sul poeta delle armi pietose e del “capitano – che il gran sepolcro liberò di Cristo”, a lui dedicò l’undicesima delle sue Operette morali, il “Dialogo tra Torquato Tasso e il suo genio familiare”. D’altra parte il Leopardi non risparmiò neppure a Galilei  un giudizio per certi aspetti non proprio lusinghiero, in quanto, pur riconoscendogli un purissimo italiano, ebbe a osservare che “dovunque è preciso e matematico quivi non è mai elegante”.

 

Autore

  • Emilio Ambrisi

    Laureato in matematica, docente, preside (dal 1983) e ispettore ministeriale (dal 1991). Dal 2004 al 2015 responsabile, per il settore della matematica e della fisica, della Struttura Tecnica del Ministero dell'Istruzione. Dal 1980 Segretario Nazionale della Mathesis e, successivamente, Vice-Presidente. Dal 2009 al 2019 Presidente Nazionale e direttore del Periodico di Matematiche.

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